(di Antonello Sacchi) "Persone, imprese, lavoro: la sfida del cambiamento": sabato 16 maggio a Gaeta, ANLA organizza il convegno dedicato al cambiamento d'epoca che stiamo vivendo in relazione ai temi che da sempre sono a cuore all'Associazione Nazionale Lavoratori Anziani. Proseguiamo nel cammino di avvicinamento al Convegno dialogando con don Bruno Bignami, direttore dell'Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro della CEI, che interverrà, con il professor Andrea Michieli, nel primo panel "Il lavoro, una dimensione fondamentale dell'uomo".
Don Bruno, lei dirige, al secondo mandato, l'Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Conferenza Episcopale Italiana. Da questo punto di vista, qual è il problema maggiore che si trova ad affrontare?
Il fatto stesso che l'Ufficio si occupi di «problemi sociali» e non di un «problema» la dice lunga sulle variegate questioni da attenzionare. In questo momento emergono due temi in modo significativo. Il primo è la pace. Le Chiese in Italia hanno pubblicato la Nota pastorale Educare a una pace disarmata e disarmante. Si tratta di un testo profetico, frutto di un lungo lavoro della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro e fatto suo da tutta la Conferenza episcopale. Illumina la coscienza dell'umanità, sconvolta dalle guerre che insanguinano il mondo. La Nota è occasione per educare alla cultura della pace. Abbiamo deciso di radunare intorno al tema diversi Uffici CEI, molteplici associazioni e movimenti per realizzare un sussidio pastorale. Vogliamo fare in modo che la Nota possa ispirare chi è impegnato in campo educativo, nella formazione catechistica, scolastica, parrocchiale, associativa... Il secondo tema, invece, è quello delle aree interne. A prima vista può sembrare molto settoriale, mentre attraversa molti altri problemi di grande attualità. Infatti, obbliga a mettere al centro le comunità con le loro storie e con le loro potenzialità. Inoltre, guarda ai giovani dal punto di vista delle opportunità lavorative ed economiche. Chiama in causa anche il rapporto con le aree metropolitane: senza reciprocità non ci sarà mai vera presa in carico delle aree più fragili. Infine, coinvolge la qualità della partecipazione democratica. Insomma, il criterio dell'integralità consente di abitare la complessità odierna.

Qual è, in base alla sua esperienza, la percezione che gli italiani hanno oggi del lavoro?
Il lavoro è in costante trasformazione. Ogni epoca deve ridirsi cos'è il lavoro, il suo senso e le sue prospettive future, a partire dalle crisi che attraversa. In Italia i dati sociologici ci parlano di crescita del costo della vita, mentre gli stipendi rimangono al palo. Le famiglie ne soffrono drammaticamente. Aumentano le rendite immobiliari e finanziarie; al contrario, i redditi da lavoro subiscono una pressione fiscale molto elevata. Sono premiate le rendite, si penalizza il lavoro. In più, si aggiungano situazioni di evidente precarietà, e il quadro è quello di «lavoratori poveri» che non arrivano alla fine del mese. Ci sono famiglie che vanno in crisi non appena si presentano spese straordinarie o una malattia imprevista. Un mutuo e un evento infausto sono sufficienti a mettere a repentaglio le cure sanitarie o gli studi dei figli.
C'è anche un problema di aziende che cercano lavoratori senza trovarli. Ci si organizza persino per creare opportunità di formazione professionale all'estero per portare in Italia lavoratori preparati e all'altezza dell'impegno professionale. In contemporanea, aumentano le dimissioni di giovani scontenti del loro lavoro o lavoratori demotivati che si fermano al minimo sindacale. Tutte esperienze che ricordano la crisi del senso. Occorre rimotivare al lavoro, a partire dal suo riconoscimento, dalla sua umanizzazione e dalle sue prospettive di futuro.
Da ultimo, la crisi di alcune aziende favorisce la riconversione al settore bellico, in questo momento più fiorente e ricco di investimenti. Così il lavoro è finalizzato alla morte e alla distruzione, mentre dovrebbe promuovere la vita. Le guerre mettono in ginocchio l'economia di beni per la vita, che riguarda oltre il 90% delle aziende, mentre fa convergere i profitti verso poche imprese che producono sofferenza alle popolazioni civili. Occorre vigilare su queste trasformazioni. Non è uno scandalo che la politica si presti a queste assurdità?
«...Nel lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, l'essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita» (Evangelii gaudium 192). L'Esortazione apostolica è del 2013. Questi quattro aggettivi, secondo lei, mantengono ancora oggi intatto il loro valore nel descrivere come dovrebbe essere il lavoro per la promozione della persona?
Papa Francesco nei tredici anni di pontificato ha pronunciato discorsi bellissimi sul lavoro. Il suo magistero rimane tesoro ancora da scoprire. Dovremo imparare a frequentarlo sempre più. Penso al discorso tenuto all'Ilva di Genova il 27 maggio 2017 oppure ai numerosi dialoghi con i movimenti popolari, invitandoli ad essere poeti sociali, protagonisti del cambiamento. Dal basso possono nascere idee ed esperienze in grado di rimettere in piedi gli emarginati, di ridare speranza agli scartati e di sgonfiare l'egoismo dei potenti.
I quattro aggettivi usati da Francesco in Evangelii gaudium sono ancora attualissimi. Il lavoro chiede di essere libero, lontano cioè da forme di schiavitù come il caporalato o lo sfruttamento. Non è assurdo che tutti si preoccupino del petrolio che trasportano le navi ferme nel Golfo di Hormuz e nessuno chiede delle condizioni dei marittimi bloccati da settimane? Dov'è la centralità della persona e la tutela dei lavoratori?
Il lavoro, poi, è creativo perché coopera con l'azione creatrice di Dio. La fantasia che sprigiona dalle mani dei lavoratori costruisce un mondo migliore. Ha sempre dello straordinario ciò che l'uomo può realizzare ispirato dalla creatività.
Il lavoro è anche partecipativo in quanto esercizio di democrazia. Quando si lavora male è tutta la vita sociale a soffrirne, mentre quando viene riconosciuta l'attività di ciascuno, la partecipazione si materializza nel quotidiano.
Infine, il lavoro è solidale e non può essere diversamente. Ogni luogo di lavoro è una comunità che tiene insieme talenti diversi e li organizza per produrre beni. Il lavoro è esperienza comunitaria. Quante volte i lavoratori si sono resi protagonisti di gesti solidali nelle aziende, pur di non lasciare a casa nessuno! Solo i lavoratori sanno cosa significhi una vita da precario o da disoccupato! Famiglia e lavoro sono le assicurazioni a vita sociale. Patrimoni di umanità
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