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Io invece non ti dimenticherò mai

(di Antonello Sacchi, direttore di Esperienza) Il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita ha oggi reso noto il tema che papa Leone XIV ha scelto per la Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani: Io invece non ti dimenticherò mai. Si tratta di una citazione tratta dal libro del profeta Isaia "con il quale si intende sottolineare come l'amore di Dio per ogni persona non venga mai meno, neanche nella fragilità della vecchiaia".

Papa Leone XIV

 

La solitudine, l'essere abbandonati o anche solo dimenticati è qualcosa che lentamente "spegne" la dignità di ogni persona: se questo è valido sempre, lo è ancor di più per le persone anziane che spesso, lo abbiamo ricordato nella recente intervista del geriatra Ungar per Esperienza - qui l'anticipazione - devono combattere con i pregiudizi, con l'ageismo.

La Giornata Mondiale dei Nonni e degli Anziani è giunta alla sesta edizione: quest'anno la sua celebrazione, di norma alla quarta domenica di luglio, coincide con la festa dei Santi Gioacchino ed Anna, nonni di Gesù, domenica 26 luglio. Papa Leone XIV "invita a celebrare la Giornata con una liturgia eucaristica nella Chiesa Cattedrale di ogni singola diocesi". 

"Io invece non ti dimenticherò mai". Se allarghiamo il punto di vista, vediamo che il profeta Isaia, dal cui libro è tratta la citazione voluta dal pontefice, per confutare la povertà del pensiero umano sceglie la maternità come termine di paragone terreno. I piani dell'uomo non sono i piani di Dio. Quando non coincidono, anche il più tenace credente arriva a dire "Signore, ti sei dimenticato di me". Ecco che il profeta Isaia, per far capire la grandezza dell'amore di Dio, ricorre ad un'iperbole: la madre non si dimentica del suo bambino; se anche questa cosa straordinaria accadesse, Dio non si dimenticherà mai di noi. Di ognuno di noi

Il cardinale Mazzarino

 

Mentre scrivo, ricordo due episodi. Il primo è storia. Siamo nella Francia del sec. XVII. Il cardinale Giulio Raimondo Mazzarino, potente primo ministro del re, è prossimo alla morte. È cardinale, ma non è mai stato ordinato neppure sacerdote: in passato accadeva. Un testimone dell'epoca narra che, prima della crisi finale, fra il 6 e l'8 febbraio 1661, il cardinale si fa portare al suo palazzo di Parigi per contemplare per l'ultima volta i tesori artistici che aveva accumulato. Mentre cammina a fatica fra le opere d'arte si lascia andare ad un amaro commento il cui senso è: "devo lasciare tutto questo...". Il secondo è fantascienza. È l'iconica conclusione del film Blade Runner (1982). Rutger Hauer, nei panni del replicante Roy Batty, afferma in punto di morte: «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.»

Vista, memoria, ricordo, racconto. E disperazione umana che tutto finisca con la nostra fine, anzi, che tutto ciò che siamo, sia stato inutile. È davvero così? Una risposta definitiva può essere solo personale e la teologia può aiutarvi nel formularla.

Ludwig Wittgenstein

 

Ludwig Wittgenstein diceva che compito della filosofia invece non è spiegare ma chiarire, rendere chiaro, semplificare. Vi passo qualche appunto sparso.

Nella memoria, spiega sant'Agostino, incontriamo noi stessi: "Là incontro anche me stesso e mi ricordo negli atti che ho compiuto, nel tempo e nel luogo in cui li ho compiuti, nei sentimenti che ebbi compiendoli (Conf. X, 8,14)". Non è solo passato: dal passato traggo insegnamenti per costruire azioni, eventi e speranze future, e penso il tutto in un eterno presente. Nella memoria, dunque trovo il tempo: nel tempo formo me stesso, arrivo ad essere quello che sono. Nel tempo, scrive Martin Heidegger, l'essere comprende sé stesso. 

Tuttavia, basta comprendere? Oppure abbiamo bisogno di dare senso alle cose? Come nel racconto biblico della Creazione ad un certo punto Adamo, il primo uomo, dà il nome a tutte le cose e quindi le comprende, le controlla, dà loro senso, così attraverso un altro esercizio della parola, il racconto, ognuno di noi può dar senso alla sua memoria, ai suoi ricordi, al suo esistere. Attraverso il racconto, sottolinea Paul Ricoeur, l'uomo dà senso al suo esistere, dà senso al tempo.

Non solo. Il racconto esige un narrante, un narrato, un pubblico. Raccontare vuol quindi dire entrare in relazione con l'altro-da-se: con il racconto le generazioni entrano in relazione ed attraverso l'ascolto avviene il reciproco riconoscimento. Raccontare vuol dire mettere ordine nella propria esperienza, renderla comunicabile e quindi sperimentabile da altri.

L'oblio, il dimenticare, è la cancellazione di ciò che sono. Il racconto è in un certo senso, una forma di immortalità. L'amore è la chiave di comprensione e il motore dell'esistenza nella sua totalità, che non si esaurisce nel tempo dell'umano.

 

 

 

 

Crediti fotografici

Leone XIV: © Vatican Media.

cardinale Mazzarino: iStock.com/Luisa Vallon Fumi.

Ludwig Wittgenstein: Picryl.com / Pubblico dominio

 

 

Articolo pubblicato il 10 febbraio 2026 e aggiornato il 11 febbraio 2026

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