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Vergarolla

(di Antonello Sacchi) Quest’anno, il 2026, facciamo memoria di importanti ricorrenze civili: basti pensare agli ottant’anni del voto referendario che in Italia sancì il passaggio dalla forma di governo monarchica a quella repubblicana. Ci sono però anche ricorrenze tristi, dolorose, le cui ferite sono ancora aperte e provocano sofferenza. Una di queste è la “Strage di Vergarolla”, avvenuta in questa spiaggia di Pola il 18 agosto 1946.

Ancora oggi questa strage, in cui perse la vita un numero di civili imprecisato perché la violenza dell’esplosione straziò le vittime, è senza un perché, ma non è senza eroi. Ricordiamo il dottor Geppino Micheletti che, pur avendo appreso della morte nella strage dei suoi unici due figli, del fratello e della cognata, rimase all’ospedale di Pola ininterrottamente per i primi due giorni dopo la strage per cercare di salvare più vite umane possibile.

Pola è in Istria. Oggi è una città della Croazia e si chiama Pula, conta poco più di 50.000 abitanti. Quando nel 1848 l’impero austro – ungarico decise di spostarvi l’arsenale navale marittimo, perché Venezia non era ritenuta più sicura, aveva circa 800 abitanti. All’epoca dell’unità d’Italia aveva già raggiunto i 30.000 abitanti per raddoppiarli alla vigilia della Grande Guerra, il primo conflitto mondiale. Livio Dorigo, presidente del “Circolo di Cultura istro-veneta Istria” in occasione della deposizione del cippo commemorativo presso il sagrato del Duomo di Pola avvenuta nella 50ª ricorrenza dell’eccidio di Vergarolla, il 18 agosto 1996, ebbe a dire: “il dialetto veneto portatovi dalla marina austro-ungarica che lo aveva adottato come sua lingua e che in seguito di divenne la nostra lingua d’uso, insieme a una forte solidarietà sociale caratterizzarono la nuova popolazione, composta prevalentemente da scalpellini e batti-brocche. La borghesia era rappresentata dalla struttura dirigenziale dell’arsenale e dall’ufficialità militare prevalentemente costituita da elementi austriaci con scarsi rapporti col contesto cittadino. Città operaia, insomma”. Questa e altre citazioni provengono dal testo “Vergarolla. 18 agosto 1946. Gli enigmi di una strage tra conflitto mondiale e guerra fredda” dello studioso Gaetano Dato, pubblicato nel 2014. 

Istria e Dalmazia erano italiane allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Gli eventi bellici determinarono un’aspra contesa dei territori a cavallo del confine orientale fra Italia e Jugoslavia. Il 9 giugno 1945 i territori vennero divisi in due zone: A e B separate dalla Linea Morgan, così chiamata dal generale William Duthie Morgan, ufficiale del comandante degli Alleati in Italia, Alexander. All’interno della zona A comandavano militarmente gli Anglo-americani all’interno della zona B comandava l’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia. Pola, che a quell’epoca era a netta maggioranza italiana, perlopiù contraria all’annessione alla Jugoslavia, si trovò a essere in zona A pur essendo totalmente circondata dalla zona B: di fatto, un'enclave anglo-americana in un territorio controllato totalmente dagli Jugoslavi.

Il 18 agosto 1946 sulla spiaggia di Vergarolla la società dei canottieri “Pietas Julia”  aveva organizzato la tradizionale gara di nuoto valida per l’assegnazione della Coppa Scarioni. Oltre duemila persone, complice la calura, affollavano la spiaggia. In quel clima politico e sociale drammaticamente teso, la manifestazione era stata presentata come un’iniziativa tesa a rinsaldare i legami con l’Italia. Secondo le testimonianze, ai bordi della spiaggia giacevano accatastate da tempo tonnellate di esplosivo che erano ritenute innocue perché prive dei detonatori. Secondo le recenti ipotesi, si sarebbe trattato di una ventina di bombe anti-sommergibile di produzione tedesca, tre testate di siluro, quattro cariche di tritolo e cinque fumogeni, secondo la ricostruzione di Gaetano Dato. Alle 14.15 queste cariche che non potevano esplodere, saltarono in aria: l’esplosione provocò una strage fra i bagnanti, cancellando letteralmente decine di corpi che non vennero mai ritrovati tra cui uno dei figli del dottor Micheletti. Ricorda lo storico Dato che le prime indagini della polizia civile coinvolsero alcuni esperti: “essi furono unanimi nel ritenere che i residuati bellici non sarebbero potuti esplodere senza l’intervento di una persona qualificata all’uso degli esplosivi. Sapevano poi che pericolosi rottami di Vergaro erano tutti privi di micce o di spolette, come verificato dall’ispezione di controllo di febbraio - maggio dello stesso anno”. Si giunse così alla costituzione di una corte militare di inchiesta. La corte, che si insediò il 29 agosto e lavorò fino alla metà di settembre, concluse “che gli esplosivi erano da ritenersi del tutto sicuri. Almeno fino a pochi giorni prima”. Non si è mai giunti ad una determinazione esatta delle cause di ciò che avvenne, né mai ci fu una rivendicazione. 

La strage probabilmente accelerò il desiderio dei polesani di abbandonare la città se fosse passata alla Jugoslavia, sentimento già presente nei mesi precedenti: basti pensare che in caso di annessione alla Jugoslavia ben 28.000 dei 31.000 polesi residenti si erano espressi per l’esodo in una raccolta di dichiarazioni realizzata il 12 luglio 1946 dal Comitato Esodo di Pola. L’esodo avvenne effettivamente tra la fine del ‘46 e i primi mesi del ’47 quando abbandonarono Pola quasi 28.000 residenti.

Geppino Micheletti lasciò Pola con la moglie nel marzo 1947. Si trasferì a Narni, in Umbria, dove per 14 anni lavorò come medico, fino alla morte. Medaglia d’argento al valor civile nel 1947, è ricordato in una lapide a Trieste, in piazzale Rosmini. Nel 2017, nella prima commemorazione congiunta italo- croata delle vittime della strage, al dottor Micheletti è stata conferita la medaglia d’oro al merito della sanità pubblica della Repubblica italiana.

 

 

 

Crediti fotografici:

istockphoto/Dragoncello

istockphoto/ PeterHermesFurian

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