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Unire le solitudini

(di Antonello Sacchi) Di fronte alle ultime notizie di cronaca, una giovane famiglia si è tolta la vita, schiacciata, in base alle prime ricostruzioni, dalla malattia e dalla solitudine, nutro sentimenti contrastanti. Da un lato mi verrebbe voglia di gridare il mio dolore. Dall’altro, mi rendo conto di desiderare di restare in silenzio, unica risposta umana in tali tragedie. Penso che sia solo il silenzio l’unica risposta possibile per rispetto delle persone coinvolte e per il dramma che lascia attoniti. Del resto, nel Vangelo leggiamo che María era sotto la croce, accanto a suo Figlio
Occorre evitare in questo momento le chiacchiere da bar, le belle parole piene di retorica, gli atteggiamenti ben riassunti da Fabrizio De André nel suo Don Raffaè: “…lo Stato che fa si costerna, si indigna, si impegna poi getta la spugna con grande dignità”. 

Nel film “Come un gatto in tangenziale”, mi sembra nel secondo della serie,  il protagonista maschile, impegnato in un progetto di riqualificazione di una periferia romana, sottolinea una cosa:  “dobbiamo unire le solitudini”.  Questo ci manca sempre di più. Ho scritto tanto nelle settimane scorse a proposito dell’economia civile che ben mette in luce la differenza fra individuo e persona. Abbiamo voluto una società individualistica, o forse semplicemente ci siamo finiti dentro  inconsapevolmente, seguendo mode. Cosa abbiamo ottenuto? Una società che non esprime la vita, una società paralizzata dalle istanze del singolo, una società non capace di avere categorie interpretative per i problemi di oggi. Forse dovremmo avere il coraggio di dire che non esistono famiglie unicellulari, perché la famiglia è relazione di più persone, è un insieme di persone: è un insieme di relazioni con le altre persone, con  l’ambiente in cui viviamo e, mi si conceda, con Dio.

Il modello di società che abbiamo adottato non funziona più perché non riesce a “ricapitolare tutto”, cioè a dare categorie interpretative in grado di “comprendere la realtà”. Dobbiamo tornare a stare insieme, fare rete e stare insieme. Si inizia con una semplicissima cosa: ascoltare le persone. Attenzione, non “ascoltare l’altro”, perché “l’altro” è già un concetto che implica una differenza. Ascoltare le persone, ognuna con il suo carico di ricchezza emotiva e spirituale che la rende unica, non diversa, da tutte le altre. Se ripartiamo dalla relazione, dal rapporto, dall’ascolto, allora scopriremo che non viviamo in una società di superuomini e di super donne, ma viviamo in una società di persone normali, alcune anche malate, alcune anche vergognose della propria malattia ma che nascondono un disperato bisogno di dialogo, di ascolto e di confronto
 

Vogliamo fare una cosa bella?  Proviamo a parlare un po’ di più con le persone. Proviamo un po’ ad ascoltarle. Diamo un’apertura di credito a chi ci sta attorno: può darsi che  ci renderemo conto che non solo la persona con cui parliamo può avere bisogno di noi ma, cosa ancora più sconvolgente, che noi potremmo anche aiutarla e anche stare meglio dopo che abbiamo fatto questo.

 

 

 

Crediti fotografici:

iStock.com/ Oscar Gutierrez Zozulia

iStock.com/Mariia Vitkovska

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