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Un problema di educazione

(di Antonello Sacchi) Cosa vuol dire educare i propri figli? Socrate diceva di sentire una voce interiore, forse voce del dio – con la lettera minuscola – che lo dissuadeva da azioni errate. Io, che Socrate non sono, mi limito a dire che non riesco a dimenticare questa domanda che spontaneamente mi si è palesata dinanzi in questi giorni, vedendo in tv le immagini che tutti avete visto.

Socrate, 470 - 399 a.C.


Abbiamo un problema di educazione. A tutti i livelli. Come possiamo pretendere il rispetto dai nostri figli quando diventiamo “homo homini lupus” già al mattino presto incolonnandoci nelle grandi arterie metropolitane? Saliamo di livello. Abbiamo relegato Dio – stavolta con la lettera maiuscola – all’interiorità personale e guai se ne parliamo pubblicamente, qualche “tenera” orecchia potrebbe turbarsi… e chi ci crede veramente, perché deve essere discriminato? Torniamo all’educazione. Togliamo Dio come fondamento della vita morale. Chi ci abbiamo messo al suo posto? Il denaro? La “giustizia sociale”? Abbiamo da un lato famiglie che non arrivano a fine mese e dall’altro sacche di privilegiati che si godono la vita. È giusto tutto ciò? Ma se anche non fosse giusto, sarebbe giusto spaccare tutto per esprimere il disagio? Se spacco qualcosa non mio, reco un danno ad un altro, in ultima analisi, alla collettività. Sempre.

Sento dire che bisogna comprendere, che bisogna intercettare il malessere sociale… la violenza non va mai capita. Va condannata, senza se e senza ma. Perché da un “si, ma…” si fa presto ad arrivare ad una famosa frase che parlava di “affini” – il termine era un altro -  che sbagliano…

Siamo una democrazia. Non dimentichiamo le garanzie, che si devono ottenere e allo stesso tempo fornire.

Forse sarò io a sbagliare nel pensare:  che ai figli vanno detti – e mantenuti - anche i no; che ad un’ingiustizia non si risponde con un’altra ingiustizia; che non si fanno gli scioperi il venerdì; che non si relega la fede in Dio alla sfera personale per non turbare gli altri; che nel confronto civile si danno e si vogliono ragioni e che “non si butta in caciara” quando non si ha più niente da dire…

Platone, 428 - 348 a.C.


Torniamo all’educazione. Raccomando la lettura del Critone, un dialogo scritto da Platone forse agli inizi del sec.IV a.C.,  nel quale il filosofo, forse il più grande mai apparso sulla Terra, racconta come Socrate accetti la iniqua condanna a morte comminatagli dal regime allora al potere in Atene – dopo il fallimento dell’oligarchia, c’era la democrazia… - lottando per dimostrare questa ingiustizia, con i mezzi della giustizia. Scrive il filosofo Giovanni Reale, uno dei migliori studiosi di Platone: “Resta, in ogni caso, il fatto che Socrate fu un rivoluzionario, e che  lo fu in tutti i sensi. Ma due sono i modi con cui le rivoluzioni si realizzano: con l’ausilio della forza e della violenza, oppure con la nonviolenza.  Ora Socrate non solo attuò questo secondo tipo di rivoluzione, ma  ne fu altresì il teorico in modo chiarissimo.  L’arma della sua rivoluzione non violenta fu la persuasione: non  solo nei confronti degli uomini, ma altresì nei confronti dello Stato.  Messo a morte ingiustamente, gli fu offerta la possibilità di fuggire:  egli respinge questa possibilità in modo categorico, perché la giudica  violenta contro le leggi.  Platone gli fa dire:  Non si deve disertare né ritirarsi né abbandonare il proprio posto,  ma, e in guerra e in tribunale e in ogni altro luogo, bisogna fare quello  che la Patria e la Città comandano, oppure persuaderle in che consiste  la giustizia: mentre far uso di violenza non è cosa santa”.

 

 

 

Crediti fotografici:

istockphoto/Panasevich

istockphoto/araelf

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