(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Sono passati 33 anni dal Summit della Terra di Rio (3 - 14 giugno 1992, Rio de Janeiro) quando i paesi del mondo sottoscrissero la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, quella che ci conduce ogni anno alle Conference of Parties (COP) che questo mese si tiene a Belém nel cuore dell'Amazzonia.
Tra tutte le conferenze annuali rimane storico il passaggio della COP21 tenutasi in Francia nel 2015 che portò all'Accordo di Parigi con la decisione di contenere l'aumento delle temperature terrestri a 1,5 gradi entro la fine del secolo.
Oggi il contesto internazionale è tutt'altro che favorevole. Tra guerre e tensioni geopolitiche, tra l'indebolimento delle Istituzioni internazionali e lo scetticismo crescente alimentato anche da chi ha responsabilità di governo, le speranze di nuovi accordi per un passo in avanti nella gestione della transizione climatica sono assai flebili.
A Belém saranno meno di 60 i capi di Stato e di governo presenti, mancano i massimi rappresentanti di India, Cina e USA, i tre paesi responsabili del 50% delle emissioni a livello globale. La Cina è il primo emettitore mondiale con quasi dodici miliardi di tonnellate di CO2, il doppio di USA e Ue messi insieme; segue l'India che ha già superato la UE e potrebbe raggiungere nell'arco di un decennio quello degli Usa. Merita un cenno il paradosso cinese: è il maggior inquinatore globale è al contempo la prima potenza industriale delle tecnologie verdi a livello mondiale.
È inutile dire che se viene a mancare la collaborazione dei grandi inquinatori i risultati della COP30 di Belém rischiano di svuotarsi di senso ed efficacia annunciando un probabile fallimento.

Anche la UE ha fatto marcia indietro: sulla carta l'obiettivo di ridurre le emissioni del 90% entro il 2040 rispetto al 1990 rimane ma sono stati introdotti margini di flessibilità e si sono indebolite le politiche verdi con i governi nazionali sempre più divisi sulle tempistiche della decarbonizzazione del sistema produttivo europeo. Non ci aiuterà di certo la corsa al riarmo che inevitabilmente assorbirà ingenti risorse sottraendole alle politiche per la transizione verde e la gestione del cambiamento climatico. Nel frattempo, gli scenari globali si stanno modificando rapidamente e a pagare il prezzo più alto del cambiamento climatico sono i paesi più vulnerabili del sud globale, già oggi. Le emissioni nocive continuano a crescere (seppur in percentuale minore) e il traguardo di limitare l'aumento della temperatura entro i 1,5 gradi appare ormai fuori portata.
In Italia il bicchiere appare mezzo pieno: le fonti rinnovabili sono sempre più convenienti ma hanno bisogno di grandi investimenti pubblici su progetti che necessariamente si muovono su tempi medio-lunghi. Le installazioni di solare ed eolico non hanno ancora raggiunto l'obiettivo previsto dal Piano Nazionale integrato energia e clima, anche se i dati ultimi ci dicono che quelle solari hanno conosciuto un rapido incremento che fa ben sperare nel raggiungimento degli obiettivi.
Un futuro distopico e senza speranza? Le energie morali e le potenti innovazioni tecnologiche in atto possono dirci che vale ancora la pena impegnarci per rendere l'unica casa comune che possediamo abitabile per le prossime generazioni umane e per tutti gli essere viventi che la abitano. Occorrono tuttavia urgentemente una nuova cultura, come ci ha proposto Papa Francesco, un'economia meno rapace ed estrattiva e più di comunione, stili di vita e sistemi produttivi che assumano la tutela degli ambienti umani e naturali come uno dei fondamentali obiettivi di comunità.
La missione delle COP non si è esaurita, sappiamo cosa dobbiamo fare e quali nuove tecnologie ci potrebbero aiutare a gestire la transizione climatica, proteggendo così le popolazioni a rischio. Manca ancora la volontà politica che dovrebbe spingere ad un cambiamento profondo.
Come ANLA continueremo a fare formazione e creare occasioni di incontro fra le parti perchè tutti, nessuno escluso, possano impegnarsi davvero anche a livello locale per rigenerare spazi pubblici e naturali degradati dall'incuria.
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