(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Oggi dedico la riflessione alla parola solidarietà.
E parto, come mio solito, dal suo significato etimologico. Solidarietà deriva dal latino solidus, solido, o solidum che significa moneta, e dall'espressione del diritto romano in solidum obligari («obbligazione in solido»).
Ci tornerò su fra un po'. Per noi la parola solidarietà indica un sentimento, un atteggiamento che è parte costitutiva della dimensione umana; una virtù praticata da tanti, la vicenda del coronavirus l'ha riportata potentemente alla nostra attenzione. Sembrerebbe dunque una parola antica, da sempre presente nei nostri scritti. In realtà il termine è entrato tardi nella lingua italiana, e ci è arrivato dal francese solidarité, che negli anni della Rivoluzione francese ha assunto il significato di "sentimento di fratellanza". Nella nostra lingua il termine si è diffuso a metà dell'Ottocento ed è comparsa per la prima volta nel Dizionario politico popolare pubblicato nel 1851, definita come «responsabilità reciproca e comune fra più persone».
Voi mi direte che sulla solidarietà è stato scritto tutto, e che sia inutile approfondire. È vero, c'è poco da aggiungere. Eppure questa parola bella come tante altre rischia di essere abusata e utilizzata come condimento in troppe pietanze tanto da farci dimenticare il suo sapore. Non voglio tediarvi nel descrivere le nuove forme attraverso le quali la solidarietà oggi si esprime: ricerche, studi, indagini ci rappresentano i tratti e l'evoluzione del mondo della solidarietà. Per di più L'Istat annualmente ci descrive l'arcipelago del non profit con elementi di conoscenza sempre più dettagliati.

Vi propongo un altro percorso. Mi piace riprendere il primo significato, solidus solido, un attributo che poco si addice con una pratica saltuaria o occasionale, nel caso della solidarietà per esempio con una azione scaturita dalla commozione provata per aver ascoltato una toccante storia o per una catastrofe ambientale o per uno stato di necessità. Nella Evangelii gaudium di Papa Francesco della solidarietà si dice che non è «una mera somma di piccoli gesti personali nei confronti di qualche individuo bisognoso, il che potrebbe costituire una sorta di "carità à la carte", una serie di azioni tendenti solo a tranquillizzare la propria coscienza». Una persona è solidale se è anche solida, cioè se assume la solidarietà come tratto peculiare del proprio stile di vita, e del modo di pensare tutte le dimensioni della vita personale e collettiva. Non è filantropia o beneficenza (pure importanti, ci mancherebbe!), non è partecipare alle raccolte fondi o firme per appelli, pure importanti. È qualcosa di più. Nella Sollicitudo Rei Socialis di Giovanni Paolo II in un passaggio la questione viene chiarita con una sorprendente sintesi. "Questa [la solidarietà], dunque, non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti".
Si parla di determinazione ferma e perseverante. E una determinazione è ferma e perseverate solo se ha un respiro lungo, se è solida e ben progettata, se non si affida alle emozioni del momento, se ha la cifra della durata, del prendersi cura sul serio e non per un attimo.
La pandemia potrebbe fornirci una opportunità inaspettata per dare forza al dovere di solidarietà previsto nella Costituzione: più giustizia sociale, un welfare di comunità, spazio maggiore alla sussidiarietà che chiama tutti i soggetti alla responsabilità di operare per il ben comune. Non solo per il valore straordinario che porta con sé ma per l' impatto positivo che ha sulla economia, necessariamente più civile, più sostenibile, più democratica. E quindi più profittevole.
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