(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Il Consiglio dei Ministri ha approvato nelle settimane scorse un disegno di legge che punta a ridisegnare il Sistema Sanitario Nazionale, un intervento ambizioso che vorrebbe mettere ordine in un settore segnato da frammentazione, diseguaglianze e carenze strutturali sempre più evidenti. Il sistema sanitario del nostro paese è da anni di fronte ad una fase strutturalmente difficile: l'invecchiamento della popolazione, l'aumento delle patologie croniche, la diffusione di disturbi di salute mentale e nuove vulnerabilità sono le sfide che dovremo affrontare nel prossimo futuro.
Seguiremo con attenzione il dibattito parlamentare. Qui ci preme offrire una riflessione su alcuni aspetti che a noi sembrano dirimenti. Non ci riferiamo alla rete ospedaliera al centro della proposta governativa e che già assorbe oltre il 40% del fondo nazionale. Piuttosto, intendiamo richiamare l'attenzione sulla medicina territoriale, da sempre sottodimensionata, e che ha mostrato le sue falle durante la tragica pandemia del Covid troppo in fretta archiviata. Mettere al centro la medicina territoriale è riproporre la prevenzione come via per ripensare il ciclo delle politiche sanitarie e spostare le risorse dalla gestione dell'emergenza quotidiana a quella, più di prospettiva, della riduzione dei rischi sanitari in tutto l'arco di vita delle persone. Possiamo dire che con la prevenzione difendiamo il carattere universalistico della sanità pubblica per impedire che le disuguaglianze sociali e territoriali si riflettano sull'accesso alle cure. Sono sei milioni i cittadini che hanno rinunciato alle cure: tempi incerti per avere una visita, lunghe attese nei Pronto Soccorso, difficoltà a scriversi a un medico di famiglia, costi e disagi per la mobilità sanitaria.

Segnaliamo alcuni punti di criticità. Il primo resta il personale sanitario: non esiste nessuna riforma che possa funzionare senza medici, infermieri e professionisti: troppi i posti vacanti, insostenibili i carichi di lavoro e le responsabilità crescenti, stipendi poco competitivi e un clima di delegittimazione costante. Vanno altresì migliorate le connessioni della sanità territoriale con i medici di medicina generale e la struttura ospedaliera, questione cruciale: solo un sistema realmente integrato può reggere la trasformazione sociale in atto e valorizzare l'innovazione tecnologica e l'intelligenza artificiale nella prospettiva di una medicina sempre più personalizzata. Una riflessione sulle Case di comunità programmate dal PNRR andrebbe fatta con onestà: sono state pensate per mettere a sistema la medicina di prossimità, delle 1723 Case previste ad oggi, 660 prevedono un servizio attivo e in solo 46 sono presenti medici e infermieri. Se le risorse del PNRR sono servite solo per restaurare gli edifici e fornire nuova strumentazione senza avere servizi socio sanitari operativi ci troveremo di fronte all'ennesimo sperpero di risorse, con una struttura sanitaria ancora ospedalocentrica e con pronto soccorso al collasso. Non ultimo, un intervento di lunga durata sul SSN richiede un finanziamento aggiuntivo: la Corte dei conti certifica che la spesa sanitaria nel 2024 è cresciuta del 5% a cui si aggiunge la quota "sommersa" di oltre 41 miliardi di spesa privata. Il disegno di legge governativo non prevede oneri aggiuntivi oltre quelli già previsti.
Bisogna fare di più: la Sanità non è un settore a parte, da annoverare come voce di spesa. Il Servizio Sanitario Nazionale è una infrastruttura strategica come poche altre che garantisce solidarietà, coesione sociale e tenuta della democrazia.
(Crediti fotografici: iStock.com/ gorodenkoff)
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