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Partecipare per costruire insieme

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) La fuga dalle  urne, una  volta fenomeno marginale,  è diventato da più di un decennio un dato  strutturale. Se nei primi trent'anni  della  Repubblica i votanti  giungevano  quasi al 93% degli aventi diritto,  alle elezioni politiche  del 2022 siamo scesi al  64%. E nelle elezioni regionali appena celebrate assieme a quelle precedenti tenutesi questo anno,  solo una minoranza tra il 42 e il 45% è andata a votare.

Se negli anni del dopoguerra la minaccia al sistema democratico sembrava fosse la "tirannia della maggioranza", il timore cioè che non  venissero  tutelati i diritti delle minoranze e venisse indebolito lo Stato di diritto, oggi rischiamo    al contrario che sia una minoranza a decidere   il futuro di un paese. È una   dinamica che   riguarda tutti gli schieramenti: vale per i governi   di  centrosinistra e  per quelli  di  centrodestra,   un segnale di allarme  per entrambi sullo stato di salute della nostra democrazia aggravato dal calo   di partecipazione al voto   e dell'interesse per la politica dei giovani tra 18 e 24 anni.

Non solo calano i votanti, crollano anche  gli    iscritti ai partiti e ai movimenti politici: parliamo di meno del 2% dell'intero corpo elettorale,   partiti sempre meno associazioni e sempre più comitati e comunque realtà chiuse in se stesse e governate da pochi.  

Alla luce di questi dati parziali appare stridente  la contraddizione tra il calo di partecipazione  politica  e la tenuta della partecipazione sociale animata dal volontariato e da quella moltitudine di enti di terzo settore. Proporre un'analisi lucida  di quanto sta accadendo  non è semplice: accuratamente scansata appena conclusa la tornata elettorale a mo'  di giustificazione si recita   la litania contrita e preoccupata   che il  fenomeno  comunque riguarda  tutta l'Europa e le democrazie  occidentali.

Una analisi seria non può che mettere in discussione l'attuale offerta politica, la sua qualità e  capacità di costruire e governare i processi di trasformazione che coinvolgono  le comunità nazionali e locali. Riflessione che stenta a farsi avanti perché rimetterebbe in discussione in profondità gli equilibri attuali e le strutture organizzative dei partiti. Meglio accontentarsi  dell'esistente,    spostamenti  minimi dei consensi e mobilitazione  dello zoccolo degli elettori fedeli per  garantirsi  il mantenimento dello status quo e la quota di potere posseduta. Con effetti nefasti:   la mobilitazione delle tifoserie porta con sé  la polarizzazione politica, l'azzuffarsi su tutto  con invasioni di campo indebite solo  per tenere viva  la polemica per la polemica. Più che piattaforme solide  di contenuti e  progetti di trasformazione della realtà per costruire più bene comune,  si fa politica   per  slogan  generici e semplificati:  "abbatteremo le liste di attesa",  "meno tasse per tutti", la "sicurezza senza se e senza ma", senza mai spiegare il come. Si mobilitano  i  fidelizzati  (una minoranza della minoranza) più che aprire un confronto con  il restante  50% e più di elettorato che non vota e che per essere rimotivato esige una visione, un orizzonte, una progettualità che assicuri che i problemi sempre più gravi che attanagliano le comunità    si possono risolvere   e avviare quindi le trasformazioni necessarie per un paese più giusto e inclusivo. La politica appare congelata e  i pronostici vengono puntualmente confermati come è accaduto in questa lunga tornata elettorale:  a  parte la Regione  Marche che si annunciava contendibile i risultati nelle altre  7 regioni  hanno  confermato il quadro esistente.

Dobbiamo rassegnarci e partecipare alla litania del "tutti fan così"? No, l'associazionismo ha un ruolo determinante per rigenerare la partecipazione ma alla politica   si chiede e si pretende qualche passo in più: visione e nuovi orizzonti,  capacità di selezionare classi dirigenti all'altezza delle sfide,  mantenere vive le  radici sui territori e   le connessioni con la buona  società civile,  una offerta culturale esigente per fornire gli occhiali giusti per leggere e stare nella contemporaneità. Conosco già le  obiezioni: questo è troppo dispendioso, chiede tempi medio lunghi, non ce lo possiamo consentire, fra due anni si andrà a votare. E così ci si rassegna alla logica del breve termine (short-termism dicono gli inglesi) e alle emozioni del  " cogli l'attimo fuggente", tutto rimane fluido,  le leadership   soprattutto nazionali vivono di improvvise ascese e altrettanto improvvise cadute.  Tuttavia, la politica non è un palcoscenico ma ferma determinazione a costruire un  bene comune che  per sua natura ha bisogno di tempi pazienti, di ascolto vero, di perseveranza, di resistenza nei momenti più difficili. E le associazioni sanno bene di cosa si parla, queste virtù "politiche" le praticano tutti i giorni.


 

(Crediti fotografici: iStock.com/JLco - Julia Amaral9

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