(di Antonello Sacchi) È questo, il periodo più buonista dell'anno: si spargono a piene mani gli auguri, magari preceduti da "se non ci vediamo più...". Ma il Natale è un'altra cosa, sfugge a ogni tentativo di edulcorazione.
Festeggiamo la nascita di Gesù di Nazaret, il Cristo, il Figlio di Dio. Non si offenda nessuno, ma questo è il motivo per cui giovedì 25 dicembre non andremo al lavoro: del resto, la condivisione di uno spazio comune, la nostra società, nasce dal rispetto reciproco, fatto che implica la consapevolezza della propria identità di persona. Non posso rispettare veramente nessuno se prima non ho consapevolezza della mia identità sociale, culturale, spirituale. Natale non è una cosa astratta, un "volemose bene" indistinto, una festa di buoni sentimenti. È la nascita del Bambino. Eppure, questo fatto tendiamo a rimuoverlo. Una volta non si doveva parlare in pubblico della morte, non era "politicamente corretto". Ora sembra che non si possa più parlare della vita.

Perché ci sentiamo a disagio di fronte a questa culla? Perché è una culla piena in un Paese che, cito il Corriere.it, ha "culle vuote e cucce piene"? Davvero non facciamo più figli solo per motivi economici, che pure sono rilevanti? Non ci amiamo più?
Ho parlato di disagio di fronte alla culla piena. Temo che invece si debba parlare di indifferenza. Ogni tanto qualcuno ha un sussulto e parla di fine della cristianità, ma chi quotidianamente è immerso nella vita reale ha da tempo la percezione che si tratta quasi di una rappresentazione "mitologica" dei tempi. Forse veramente la società, dal Medioevo così tanto - e a torto - biasimato, non è mai stata veramente cristiana. Eppure, fra pochi giorni, rivivremo il Natale. Con quale spirito?
Perché non guardare veramente questo mistero? Forse perché il Bambino che nasce sembra non poter impedire il male? L'elenco è lungo: Terra Santa, Ucraina, ma chi si indigna, lo faccia anche per il Sudan, il Congo e le altre decine di conflitti in corso nel mondo. Perché tutto questo male? Perché abbiamo questo dono terribile della libertà che ci rende arbitri della vita di altre persone? Fa male, ma anche di fronte alla culla piena che festeggeremo, non possiamo sopire la nostra domanda "Dov'è Dio?" quando il male lambisce il nostro essere. Parafrasando Elie Wiesel, Dio è in coloro che soffrono così come eravamo con lui sulla Croce.
A differenza della filosofia, in questo campo non si può dimostrare nulla con la ragione: essa può accompagnarci per un buon tratto ma resteremmo sempre come quei filosofi ebbri di vanagloria, descritti da sant'Agostino, che non riuscivano ad accettare l'Incarnazione, cioè il Dio che si fa uomo e soffre con le persone, cammina con loro, pronto a farsi trovare se viene cercato, pronto a guarire l'anima dal male.
Ci abbiamo mai pensato veramente a cosa significa "Ti sono perdonati i peccati (Mc 2,5)"? E a quanto dice san Paolo: "se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede (1Cor 15, 17)"?
Ecco la nostra Speranza. È il Bambino che nasce.
Buon Santo Natale a tutti.
(Crediti fotografici: iStock.com/ Tverdohlib)
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