(Antonello Sacchi) Leone XIV, lo scorso 15 maggio, centotrentacinquesimo anniversario dell’enciclica Rerum novarum del suo predecessore Leone XIII con cui la Chiesa ha guardato con rinnovata attenzione alle questioni sociali, ha firmato la sua prima enciclica, Magnifica humanitas, “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. È un testo rivolto a tutti, che affronta più temi che interessano l’uomo contemporaneo, un testo che è anche opera di filosofia della storia.
Ne parliamo con il prof. Luigi Alici, tra i più importanti filosofi italiani, emerito di Filosofia morale dell’Università di Macerata. Pubblichiamo qui un estratto: potrete leggere il testo completo dell’intervista nel prossimo numero di Esperienza.

Magnifica humanitas. Professor Alici, perché questa humanitas è magnifica?
C’è un paradosso dentro questo accostamento, che la tradizione cristiana ha sempre riconosciuto e coltivato. La ratio del titolo è in parte esplicitata dal sottotitolo che spiega il cuore tematico dell’enciclica, la custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. La magnificenza detta dell’umano intende valorizzare la sua dimensione creaturale, la cui finitezza non deve essere letta come un’imperfezione o peggio ancora come un dato negativo. In tutta la tradizione cristiana la differenza tra infinito e finito non equivale alla differenza tra bene e male, ma alla differenza tra bene infinito e bene finito. Dunque la finitezza ha un valore profondo, che va accettato anche nella sua fragilità. La creatura umana è preziosa non nonostante la sua fragilità, ma dentro e attraverso la sua fragilità. Nell’enciclica si dice esplicitamente che il limite e la fragilità non sono un errore da correggere. Per questo il tema della magnificenza sottolinea e include la fragilità. L’umano va accolto nella sua identità e nella sua finitezza, che non va confusa con l’errore, con il peccato, con le ferite non solo patologiche, ma anche spirituali e morali. La finitezza dice quel rapporto di creaturalità che va custodito nell’intelligenza artificiale. Dentro questa idea di magnificenza sta in un certo senso il cuore dell’enciclica, e cioè l’invito a riflettere sulla dignità indisponibile della natura umana e sul suo fondamento trinitario: natura dialogica proprio per il suo fondamento trinitario, dignità che non può essere mercificata e dunque da qui va esplicitato tutto il versante sociale; a cominciare dal valore del bene comune di cui viene data una definizione semplicissima, ma a mio giudizio veramente geniale: il bene comune è la forma sociale della dignità umana; quindi non la somma di interessi individuali, non il risultato di un’algebra sociale fondata su criteri utilitaristici. Indica piuttosto il tema della dignità che contiene la fragilità.
Qual è il significato di questa enciclica e come un mondo privo di fede può recepirla?
Io credo che ci siano una serie di fattori che hanno indotto Papa Leone a impegnarsi in questo suo primo scritto rivolto al mondo su un tema così ampio. Nella presentazione, il pontefice ricorda di aver ascoltato scienziati e ingegneri che lavorano sul campo, leader politici e funzionari pubblici, ma anche genitori e insegnanti preoccupati del futuro. Quindi ci sono una serie di fili che stanno alla base dell’enciclica ed è un po’ difficile ricondurre questa complessa tessitura, perché si tratta veramente di un grande affresco, ad una motivazione unica. Però credo che si debba collegare il riconoscimento di alcune sfide radicali al primato della dignità personale. A partire dalla riflessione sulla intelligenza artificiale, le sfide si allargano alla questione dei poteri invisibili che mettono in pericolo la politica e la democrazia, quindi al tema del lavoro, - ci sono delle pagine veramente molto ricche sul lavoro. Tali sfide vanno quindi affrontate a partire da una sorta di elogio della fragilità e della dignità personale, la cui valorizzazione non è primariamente da cercare nell’ordine del potenziamento umano, ma in una prospettiva relazionale, quindi, nella prospettiva della sussidiarietà, della solidarietà, della giustizia sociale e del bene comune.
Professore, qual è il valore del lavoro che Papa Leone richiama alla nostra attenzione?
Sono stato molto colpito dal grande spazio che viene dato al tema del lavoro, che è pertinente rispetto alle questioni affrontate dall’enciclica, ma ha anche il significato di un richiamo alla Rerum novarum, che si interrogava sui tempi nuovi riflettendo sulle condizioni e sul valore del lavoro. Ci sono alcune idee che meritano di essere meditate con attenzione e, in un certo senso, approfondite attraverso un esercizio di discernimento condiviso. Ne sottolineo soprattutto due: il lavoro non può ridursi a prestazione. C’è un paradigma relazionale che ha la sua radice nel cuore della persona, perché la persona è essenzialmente relazione, che oggi rischia di essere umiliato dal paradigma prestazionale. E l’altro grande tema che si avvicina a questo riguarda un invito molto esplicito a governare la trasformazione. Non c’è soltanto un’economia della produzione, c’è anche un problema di governo della trasformazione. Governare la trasformazione significa rinunciare a considerare il lavoro come uno strumento, rinunciare ad avallare, per distrazione o per complicità, tutte quelle forme di profilazione che equivalgono ad atteggiamenti di esclusione dei più deboli. C’è altresì una denuncia molto forte di tutte quelle forme di schiavitù che sono sommerse e quasi mascherate dalla celebrazione dei risultati, in sé innegabili, dell’economia digitale, la quale in realtà si fonda su una guerra per le terre rare, per l’estrazione delle risorse e la produzione di microprocessori, su uno sfruttamento del lavoro al limite veramente della schiavizzazione dei minori; insomma c’è tutto un mondo nascosto, talvolta in mano a reti criminali, che investe il rapporto con l’economia reale e che viene denunciato con forza. L’intelligenza artificiale è la punta di un iceberg, ma questa punta è resa possibile da uno sfruttamento del lavoro anonimo e da uno sfruttamento della terra, che occorre portare in superficie. Qui io vedo anche una grande continuità con la Laudato si’, perché come Laudato si’invitava a non separare il problema ambientale da un problema di giustizia sociale, anche qui c’è un invito a farsi carico del governo della trasformazione senza chiudere gli occhi sui costi sociali che questa trasformazione comporta.
Crediti fotografici prof. Alici: cortesia dell'intervistato
Crediti fotografici Leone XIV: © Vatican Media
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