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"Lo sguardo di chi resta", un progetto di ricerca curato da Transiti

(Benedetta Landi) Il Rapporto ANLA sui nonni è diventato ormai un appuntamento fisso, che anno dopo anno si pone l'obiettivo di approfondire la condizione dei nonni in Italia e di indagare i loro vissuti connessi allo svolgimento di questo ruolo.

Per la terza edizione desideriamo concentrarci su una categoria molto particolare di famiglie, ossia quelle transnazionali. Sono infatti sempre più numerose le famiglie che si trovano divise tra due o più Paesi, anche in conseguenza dei recenti fenomeni migratori che non riguardano più soltanto chi fugge da guerre, persecuzioni, crisi climatiche o condizioni di povertà ma anche studenti e lavoratori che hanno deciso di partire per cercare migliori opportunità di carriera all'estero. Desideriamo comprendere in che modo gli adolescenti emigrati all'estero - o nati nel paese di emigrazione dei genitori - vivono il rapporto con i propri nonni rimasti in Italia, e come questi ultimi possano rappresentare un ponte tra generazioni e culture, contribuendo a trasmettere ai più giovani tradizioni, lingua e cultura italiane. A tal proposito, abbiamo predisposto un questionario rivolto a bambini e adolescenti che abbiano origini italiane, con nonni residenti in Italia, ma che vivono all'estero, in quanto emigrati (e attualmente residenti) in un altro Paese, o perché nati nel paese di emigrazione dei genitori.

In queste settimane ci stiamo occupando non solo della raccolta dati, ma anche di creare connessioni con reti di italiani all'estero e collaborazioni con Enti e Associazioni che, come noi, fanno ricerca in questo ambito. Abbiamo in questo modo avuto il piacere di confrontarci con il Team di Transiti - Psicologia di espatrio (una cooperativa sociale ibrida che si occupa della promozione del benessere psicologico delle persone in traiettorie di mobilità internazionale tramite servizi di supporto psicologico online e di formazione, ricerca e divulgazione), il quale sta portando avanti un'interessante indagine complementare alla nostra: noi ci stiamo occupando di interrogare chi parte, mentre loro si stanno focalizzando su chi resta in Italia. Genitori, nonni, zii, cugini, fratelli e sorelle, che vedono partire un loro familiare e possono vivere questo cambiamento con entusiasmo e positività, oppure con rabbia, tristezza e malinconia.

Convinti del fatto che queste collaborazioni e sinergie siano preziose e vadano perciò coltivate, abbiamo deciso di dedicare uno spazio, nel sito e nella newsletter di ANLA, a questo progetto, intervistando la dottoressa Teresa Chizzola, laureata in Psicologia Clinica, attualmente impegnata in progetti di ricerca in ambito di psicologia sociale e progetti di comunità, e referente del progetto di ricerca "Lo sguardo di chi resta", la quale si sta occupando delle interviste e della raccolta dati.

Buongiorno dott.ssa Chizzola. Ci parli della ricerca che state portando avanti, "Lo sguardo di chi resta".

«Buongiorno a tutti! "Lo sguardo di chi resta" è una ricerca finanziata dalla Fondazione Migrantes di Torino e avviata da Transiti in collaborazione con la Pastorale Migranti e il Dipartimento di Culture, Politiche e Società dell'Università degli Studi di Torino. Lo scopo della ricerca è quello di ascoltare i vissuti di tutti i parenti di persone italiane che vivono all'estero, cercando di esplorare tale fenomeno da una prospettiva sociologica e psicologica. Per Transiti e per gli altri enti coinvolti è importante dar voce a tutti coloro che costituiscono l'altra faccia della migrazione: coloro che restano. Genitori, fratelli/sorelle, cugini/e che accompagnano i loro cari a distanza, adattandosi a nuove modalità di comunicazione e a distanze che cambiano la loro quotidianità. Per noi è prezioso ascoltare come i vari vissuti si differenziano o si assimilano, quali sono le principali sfide emotive oltre che sociali che emergono e come chi resta si rappresenta il fenomeno dell’emigrazione. La metodologia di ricerca adottata è quella delle interviste online. Questa scelta nasce dalla volontà di far sentire le persone intervistate libere di potersi esprimere e rendere vulnerabili in un contesto accogliente e riservato, potendo cogliere in questo modo tutte le sfumature e il carico emotivo che emerge dal loro vissuto. L'online, inoltre, garantisce la possibilità di raggiungere più persone possibili, provenienti quindi anche da diverse regioni d'talia. In questo modo si garantisce una generalizzabilità dei dati e si ha la possibilità di cogliere come il vivere in posti diversi possa rendere simili o diversi i vari vissuti. Dopo diversi mesi di interviste, ora si stanno concludendo; ma siamo ancora alla ricerca delle ultime persone da coinvolgere. Lancio quindi un appello a chi volesse partecipare o conoscesse persone che possono essere interessate di contattarmi tramite la mail chiresta@transiti.net o al numero della segreteria di Transiti +39 331 3877538».

Com'è stata accolta questa indagine dai familiari di persone expat? È stata per loro un'occasione per raccontare vissuti ed emozioni inediti oppure ci sono state difficoltà nel reperire partecipanti a causa di qualche loro resistenza?

«Trovare persone che fossero disponibili a partecipare alle interviste non è stato molto semplice, c’è voluto diverso tempo e molto pensiero investito sulle diverse modalità di divulgazione della ricerca. Penso che le motivazioni dietro tale resistenza fossero legate in parte alla difficoltà ad entrare in contatto con parenti di italiani all'estero; si tratta comunque di una categoria di persone specifica, nella quale ad esempio non rientrano amici o conoscenti, e che abbiamo cercato di agganciare inizialmente tramite una richiesta di partecipazione rivolta direttamente a loro ma anche rivolta agli expat, così che la potessero condividere tra i familiari. Alla fine le modalità che sono state più efficaci sono state il passaparola, tra i contatti dei membri della cooperativa o in relazione alle associazioni sul territorio quali Nonninsieme, e la promozione della ricerca agli eventi organizzati o a cui ha partecipato Transiti. Un altro fattore che penso abbia avuto un'influenza negativa nel reperire partecipanti è la modalità dell'intervista online. Nonostante si garantisca un clima fortemente accogliente e che cerchi di mettere a proprio agio ogni intervistato, penso che spaventi un po' l'idea di parlare di temi che potrebbero essere molto delicati con qualcuno che non si conosce; inoltre, potrebbe esserci il timore di non saper utilizzare le piattaforme tecnologiche. Per arginare tali problemi viene, però, garantita ad ogni intervista estrema riservatezza, esplicitata anche nel consenso informato, oltre che un atteggiamento molto tranquillo che segue i ritmi e i bisogni di chi racconta la sua storia; in merito alle difficoltà tecnologiche viene inoltre offerta la possibilità di cambiare la modalità e svolgere l'incontro anche solo tramite una videochiamata su whatsapp. C'è quindi una grande attenzione a creare un ambiente in cui gli intervistati possano sentirsi quando più a loro agio possibile».

Cosa fino ad ora l'ha colpita di più nella ricerca che sta portando avanti? Senza anticipare nulla in merito ai risultati, c'è qualcosa che l'ha stupita, che non si aspettava, oppure qualche emozione scaturita (in lei e/o nei familiari che hanno deciso di raccontarsi) grazie alle testimonianze raccolte?

«Devo dire che il tema dell'emigrazione e del viaggio mi stupisce sempre; la diversità di storie ascoltate mi lascia sempre con un grande senso di fascino legato all'imprevedibilità e alla diversità delle varie storie di vita. Sicuramente una delle cose che più mi hanno colpito è il contrasto tra il forte sostegno mostrato verso chi parte e le proprie paure legate alla distanza e al futuro. Diversi genitori hanno infatti condiviso con orgoglio il viaggio dei propri figli all'estero, comprendendo appieno la loro scelta e sentendosi sereni nel vederli felici; d'altra parte, hanno raccontato anche le loro paure, in particolare quella di invecchiare senza avere un appoggio vicino, o di venire un po' dimenticati dai propri nipoti, timori che però stanno molto attenti a non condividere con i figli, per non farli pesare su di loro. Mi sono un po' stupita anche da come la relazione a distanza abbia talvolta rafforzato i rapporti intrafamiliari: da lontani non si ha più il tempo e l'occasione di litigare per questioni più futili, magari legate al vivere nella stessa casa, e si dà più valore al voler passare del tempo tranquillo assieme. Talvolta però la lontananza può essere difficile da gestire, e ci si perde, non riuscendo ad abituarsi alle nuove modalità per tenersi in contatto».

Quale ruolo hanno le nuove tecnologie nel mantenimento dei legami tra gli expat di oggi e le loro famiglie di origine?

«Sono fondamentali. Tutti gli intervistati, anche coloro che hanno riportato di non avere molta dimestichezza con i dispositivi digitali, mantengono contatti con i loro cari all'estero tramite videochiamate, chiamate e messaggi su Whatsapp. È diventato uno strumento necessario che gli permette, con frequenze differenti, di sentirsi vicini e aggiornati sulle reciproche vite. In particolare nel legame tra nonni e nipoti, la videochiamata su Whatsapp è un modo di poter coltivare la relazione a distanza, improvvisando giochi o leggendo i libri, e di poter osservare i bambini che man mano crescono e diventano grandi. Talvolta, anche le comunicazioni più ludiche e leggere come lo "scambiarsi i meme" prendono piede per far sentire la propria vicinanza e lasciare così i pensieri più profondi alle occasioni dal vivo o alle lunghe telefonate. Spesso a queste chiamate si alternano periodi di viaggio in cui ci si incontra in presenza per vivere appieno la relazione, ma nel frattempo la tecnologia è uno strumento fondamentale per tenersi in contatto».

Qual è la rilevanza sociale di una ricerca di questo tipo? Quali possono essere eventuali sviluppi futuri?

«Questa ricerca si inserisce nella comprensione del fenomeno dell'emigrazione, tema molto rilevante negli ultimi anni, che non riguarda però solo gli italiani che partono ma anche tutti i familiari che rimangono in Italia. È importante dar loro uno spazio in cui potersi raccontare e questo è ciò che abbiamo voluto dare. Dietro le loro storie ci sono diverse sfide che non devono passare inosservate e inascoltate; queste paure e timori devono essere accolte e comprese cosicché in una società che sempre più si caratterizza di giovani in partenza, sia possibile creare delle realtà o risposte ai bisogni di coloro che rimangono. In merito agli sviluppi futuri, dopo la fase di raccolta, che sta terminando, e quella dell'analisi dei dati c'è il progetto di scrivere un libro pilota in cui raccogliere tutto ciò che è emerso su Chi resta. Questo primo prodotto pilota funge da apristrada nella ricerca di questo ambito ancora poco esplorato che si potrà continuare ad indagare anche con altre modalità o forme.»

Ringraziamo la dott.ssa Chizzola per la disponibilità a rispondere alle nostre domande, e invitiamo tutti coloro che abbiano familiari all'estero a partecipare a questa interessante e importante ricerca.

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