(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) L’esplosione delle contestazioni popolari in Spagna dovute alla crisi abitativa qualche interrogativo lo pone anche a noi. I dati a disposizione ci consegnano una fotografia del nostro paese piuttosto difficile e complessa.
Nel rapporto Svimez 2025 vengono segnalate 650.000 famiglie iscritte nella graduatorie comunali per l'accesso ad una casa popolare (parliamo di circa 1,4 milioni di persone), 21 mila gli sfratti eseguiti e 40.000 le istanze emesse, tra 25 e 30.000 gli sfratti eseguiti con la forza pubblica. In più si valuta in più di 100.000 le case vuote di proprietà pubblica alle quali si aggiungono i 38 mila pignoramenti della prima casa per mutui non pagati, con l’aumento del 3% degli affitti e del 4,7% del prezzo di vendita delle case.

Una questione complessa dicevamo che non riguarda solo gli aspetti economici ma la possibilità, oggi assai ridotta, di trovare un alloggio stabile e a lungo termine in un mercato immobiliare che propende per locazioni brevi e transitorie. Complessa e anche contraddittoria: il 74% delle famiglie italiane vive in un'abitazione di proprietà, facendo emergere un contrasto da sempre presente nel nostro paese: la proprietà protegge chi la casa la possiede mentre rende più difficile l'accesso a coloro che la casa non ce l'hanno. Da una parte i proprietari cercano protezione dalla morosità e dall'altro l’incertezza diffusa per chi cerca un alloggio. La crisi abitativa è selettiva, accresce le disuguaglianze e colpisce una fascia di popolazione già fragile e disomogenea: sono anzitutto anziani con redditi insufficienti, famiglie mono genitoriali, famiglie a basso reddito che non riescono a sostenere i canoni in continuo aumento, lavoratori che non possono permettersi di abitare nelle città in cui sono occupati, giovani costretti a procrastinare l'età adulta non potendo uscire dalla famiglia di origine, le persone di origine straniera e le loro famiglie.
Le cause di questa crisi profonda vengono da lontano: anzitutto nel progressivo smantellamento del sistema di alloggi pubblici in una stagione passata nella quale tutto ciò che era pubblico lo si riteneva sprecato e inutile, e dal crescente divario tra redditi e valori immobiliari. Tutto ciò pone una questione di valore: la casa è un bene che rientra nella categoria dei beni comuni, un luogo in cui vivere una esistenza degna? O un mero investimento finanziario?

Da pochi mesi l’emergenza casa è tornata in cima all'agenda politica dell'Unione Europea, e ai singoli stati cui spetta tradurla in misure concrete. Come ha fatto il governo italiano che ha varato il Piano casa dopo una lunga gestazione. Licenziato a luglio ha in una dotazione di 6 miliardi per la riqualificazione di 60.000 immobili tanto che i comuni più attivi stanno già stilando la lista dei progetti che vorrebbero candidare alla riqualificazione e conseguenti affitti calmierati. Si sta lavorando inoltre per un sostegno all'acquisto della prima casa con incentivi rivolti agli under 35, sull’ abbassamento della cedolare al 5% per i contratti a lungo termine, per l’esenzione IMU sulla prima casa e nelle zone di aree interne. Si punta dunque sul recupero del patrimonio pubblico e sull'aumento dell'offerta anche se sono poche le risorse messe a disposizione rispetto alla portata dei bisogni.
C’è da sperare che il tema casa diventi un tema centrale nella prossima campagna elettorale e che venga affrontato con serietà, con competenze, senza inutili contrapposizioni, per ripensare l'abitare un bene comune importantissimo per costruire futuro a misura delle giovani generazioni e soprattutto delle persone più vulnerabili.
Crediti fotografici
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