(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Solitudine, isolamento, instabilità e relazioni sono le parole chiave e preoccupate che hanno animato i miei contributi nelle ultime newsletter. Abbiamo parlato di un tempo di trasformazioni complesse che spesso dimenticano un tema per noi cruciale: quello della educazione e delle persone ancora appassionate nell'accompagnamento alla vita delle giovani generazioni.
Lo abbiamo ribadito con la stesura del terzo Rapporto ANLA sui nonni di prossima pubblicazione: per la nostra associazione di adulti, il servizio educativo e formativo alle nuove generazioni nella prospettiva di una speranza concreta è questione decisiva.
Provo a evidenziare alcuni spunti di riflessione su quella che viene definita educazione non formale (il nostro campo di azione) e che oggi manca più che mai ai bambini e alle bambine.

Il primo riguarda la domanda cruciale che ci si pone da sempre nel periodo dell’adolescenza: “chi sono io?”, una domanda che a volte percorre tutta la nostra vita e che oggi appare appannata e forse sostituita da un'altra meno impegnativa ma più appagante: “come appaio io?”. Viviamo di immagini trasmesse da schermi che promettono compagnia e che restituiscono la nostra copia narcisistica e auto centrata. È una modalità che ci gratifica, ci riconsegna un'emozione compiaciuta di noi stessi. Ma è un’immagine stereotipata: un sorriso artefatto e innaturale, un viso omologato, la postura di un corpo sempre in salute, una felicità forzatamente ostentata. Ci si sente gratificati, si guadagna in visibilità, si contano i like e le manifestazioni di interesse: gli adulti – non sempre- hanno gli strumenti per non farsi travolgere, gli adolescenti invece vengono intossicati da una dipendenza social che segnerà indelebilmente il loro futuro. Qui, una prima indicazione per noi adulti attenti alla dimensione educativa: le relazioni, quelle vere e intime, quelle nelle quali siamo riconosciuti e ci riconosciamo, nascono dai gesti della nostra quotidianità, nella testimonianza del valore della gratuità e del dono, di attenzione e di presenza che non chiedono nulla in cambio e non pretendono prestazioni e performance strabilianti come impone il modello culturale e sociale a cui sono sottoposti i bambini e le bambine. È quella educazione non formale (oggetto di una buona legge appena approvata in Parlamento) e delle competenze non cognitive (emotive, sociali, di empatia, di capacità di risolvere problemi e di pensiero critico introdotte con la legge 22/2025) che spesso oggi mancano perché non esistono più luoghi e relazioni in cui maturarle. Dopo le lezioni formali e spesso solo frontali a scuola, si aggiungono le relazioni frontali davanti ad uno schermo: il cortile, l’oratorio, la conversazione con i nonni, il gioco insieme, l’esperienza e la scoperta scompaiono da quell’ecosistema sociale che le generazioni più anziane hanno vissuto.

Un secondo spunto sul quale impegnarci come adulti è la fragilità come dimensione costitutiva della nostra umanità, spesso negata dalla cultura della prestazione che misura il valore della persona su indicatori quantitativi. Il valore di una persona non è misurabile, chi lo fa opera una vera e propria riduzione antropologica che impedisce la vita vera. La fragilità, la fatica, il dolore non hanno più parole, non hanno più una rappresentazione simbolica che dia loro un senso e un significato. Tutto viene privatizzato e volutamente nascosto e lasciato nelle mani dei ragazzi e delle ragazze. Il corpo ne fa le spese, nelle ragazze in particolare; o prevale il sentimento mortifero di invulnerabilità, della prestazione, del challenge, soprattutto nei ragazzi. Chi può ridare parole di senso alla fragilità se non adulti consapevoli già delle proprie vulnerabilità?
L’ ultimo spunto riguarda il valore dei riti come funzione simbolica della vita come passaggio, promessa. I riti oggi hanno assunto la forma di uno spettacolo da documentare con le immagini. Si fotografa la vita ma non la si racconta, finita una esperienza subito dopo ne inizia un'altra. Un flusso continuo, le soglie sono più che altro dei séparé. Ecco, spetta a noi adulti, anziani, riproporre una tessitura di relazioni vive e di tempi giusti per fare esperienze autentiche di senso e di scoperta di significati. Nei tempi della vita familiare, dell’amicizia sociale aiutiamo figli e nipoti, i ragazzi che incontriamo a restituire valore al rito come un passaggio, una soglia che apre a nuovi orizzonti, insperati e impegnativi, a volte faticosi, per andare di nuovo oltre, un confine da attraversare.
Crediti fotografici
iStock.com/ Drazen Zigic
iStock.com/ Mariia Vitkovska
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