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La visione del futuro

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) L'ultima rilevazione Istat sul mercato del lavoro propone uno scenario in chiaroscuro che porta inevitabilmente a letture diverse, a enfatizzare alcuni dati o a metterne altri a lato. Diverse  le valutazioni di governo/maggioranza da quelle delle opposizioni, sfumature diverse anche nei commenti delle parti sociali. Il dato che più cattura l'attenzione  è la  discesa del tasso di disoccupazione al 5,7% , un record al ribasso mai visto da quando sono iniziate le rilevazioni nel lontano 2004. Un segnale indubbiamente positivo perché certifica una dinamica che vede l'Italia recuperare terreno e allontanarsi dallo stigma di  "eccezione" tra i paesi della UE.

Il quadro sull'occupazione resta dunque solido ma i dati vanno letti con cautela, non isolati dal quadro complessivo, vanno evitate abbagli o letture che non aiutano a mettere a fuoco opportunità e risorse (poche) e i nodi ancora da sciogliere. Va sempre ricordato che dietro ai numeri, dietro al confronto sui dati  ci sono persone, desideri e speranze spesso disattese.

Un macigno da rimuovere è il tasso di inattività attorno al quale si manifestano le contraddizioni del nostro mercato del lavoro: il calo del tasso di disoccupazione è accompagnato dalla crescita degli inattivi che si aggiungono ai 12 milioni di persone in età di lavoro che non lavorano o non cercano occupazione, fuori dal mercato del lavoro spesso non per scelta ma per assenza di opportunità, servizi e di politiche efficaci. È una contraddizione poco attenzionata: la disoccupazione può ridursi  perché le persone trovano lavoro, ma anche perché le persone smettono di cercarlo e non vengono quindi registrate dalle statistiche né come lavoratori assunti né come persone in ricerca di lavoro.

L'inattivita rappresenta quindi una criticità strutturale del nostro mercato del lavoro, che pone l'Italia in fondo alla classifica europea tra i paesi con il maggior tasso di numero di persone che non lavorano e non cercano lavoro (Neet). Va detto che il tasso di inattività è diminuito, ma non abbastanza da allontanare l'Italia da questo triste primato. 

Ma chi sono gli inattivi? Nullafacenti, assistiti? Emarginati sociali? Dietro l'inattività si nasconde una realtà molto differenziata e poco conosciuta: in essa si annidano le forti differenze territoriali dove il lavoro non lo trovi, si nascondono forme di lavoro irregolare,   lavoro povero e frammentato che costringe le persone ad una vita "pendolare", tra periodi di occupazione intermittente e fasi di scoraggiamento. Il quadro si fa ancora più scolorito se scopriamo che  l'inattività aumenta più tra i giovani tra i 16 e i 25 anni, a conferma della fatica di uscire dalla transizione tra scuola e lavoro. Cresce l'occupazione  tra le generazioni più mature, a segnalarci un preoccupante gap generazionale.

Questi cenni per dire che i dati forniti da Istat non smentiscono i progressi del mercato del lavoro, ma ci ricordano che la valutazione deve tenere insieme tutte le dimensioni, soprattutto per intervenire sui punti di fragilità che rischiano di diventare cronici: l'area grigia di non partecipazione (part time involontario, lavoro sommerso, lavoro povero) , il nodo del lavoro femminile  che nonostante i progressi ha un tasso di inattività che rimane  superiore al 42%, i salari troppo bassi (le retribuzioni contrattuali a settembre del 2025 erano ancora inferiori dell'8% rispetto ai dati del 2021), la      precarietà giovanile dovuta  a carriere lavorative intermittenti.

Si tratta  di darci una visione di futuro, non solo la stabilità dei conti pubblici: un obiettivo meritevole ma non sufficiente se vogliamo che il paese cresca in una economia globalizzata sempre più competitiva dove ciò che conta è la quantità/qualità di capitale sociale che si possiede, un capitale nelle mani delle giovani generazioni, oggi troppo emarginate e in fuga dal paese. 

 

 

 

(Crediti fotografici: iStock.com/ gorodenkoff)

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