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La sfida del mercato del lavoro

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Il mercato del lavoro è da sempre attraversato da luci e ombre, lo si osserva leggendo anche gli ultimi dati disponibili sui tassi di occupazione. 

In Italia il numero degli occupati è al massimo dei valori (oltre i  24 milioni , la quota più alta di sempre) tanto che   il tasso di disoccupazione è sceso al 6%, il livello più basso dal 2007; cala pure la disoccupazione giovanile anche se rimane tra le più alte in Europa, e aumentano i lavoratori permanenti soprattutto tra gli over 50. Se sul piano quantitativo non si può che esprimere soddisfazione come ha rimarcato il Governo e l'attuale maggioranza,  si è un po' meno soddisfatti se si vanno a leggere i dati nel dettaglio che ci portano a dire che l'aumento degli occupati non si è tradotto in un  miglioramento complessivo delle condizioni di lavoro, né tantomeno nella risoluzione dei problemi strutturali che assillano da tempo il nostro sistema produttivo.  

Sono tante le linee di faglia. Cresce  il numero degli occupati tra  gli uomini e i lavoratori dipendenti mentre   diminuisce tra le donne (per gli uomini siamo al 71,8% per le donne ci fermiamo al 53,7%); aumentano le  criticità legate al mismatch tra domanda e offerta di lavoro, e sono troppo basse le retribuzioni (sei milioni di persone guadagnano meno di 1000 al mese). Aumentano gli inattivi e soffriamo di una frattura generazionale: nonostante i giovani siano più istruiti delle generazioni precedenti gli under 30 hanno una paga oraria    inferiore di un terzo rispetto a quella dei lavoratori over 50. Emerge anche un'altro dato strutturale,  il modello di sviluppo italiano è ancorato  più degli altri paesi europei alle piccole aziende, spesso micro, le meno produttive, e che trascinano al ribasso il tasso medio di produttività dell'intero sistema economico.

Questi dati confermano le difficoltà della nostra struttura produttiva  a mettere a frutto le opportunità che offrono oggi le nuove tecnologie e l'ingresso di generazioni più istruite nel mercato del lavoro. Un quadro problematico che non soddisfa neppure  le aspettative sul lavoro  che le generazioni più giovani pongono alle aziende, alla società e alle politiche. La nostra associazione più volte ha rimarcato questo aspetto, quasi che gli articoli dedicati al tema lavoro nella Costituzione trovino oggi un terreno più fertile, più vicino a quello delle giovani generazioni:  occupazione ma anche dignità; ricerca di un sano equilibrio   tra vita familiare e lavoro; qualità relazionale all'interno delle aziende e una organizzazione più flessibile e inclusiva; formazione permanente e maggiori opportunità di carriera. 

Ci troviamo di fronte ad un nuovo paradigma occupazionale, per un lavoro  che non produce solo  ricchezza ma anche "senso" come ci ricorda l'articolo 1 della Costituzione. Una sfida che non dovrebbe entrare nello scontro ideologico e politico a cui assistiamo quotidianamente. Al contrario, andrebbe assunto come un nodo strategico sul quale cercare la massima condivisione, per pensarci al   futuro, valorizzando la pluralità delle opzioni possibili e le migliori competenze ed esperienze in atto in ambito aziendale.

Forse è giunto il tempo di dedicare meno energie ad aggiustare di volta in volta le norme che regolano il mercato del lavoro illudendosi di governarlo, per impegnarsi maggiormente a sciogliere   i nodi strutturali che bloccano -questi sì - la possibilità di trasformazione positiva verso una economia più attenta alla qualità che alle quantità. 

 

 

(Crediti fotografici: iStock.com/ Gorodenkoff)

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