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La cura della relazione

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Nell'ultima riflessione, all'indomani del G20, ho proposto una traccia assai breve sul fenomeno della globalizzazione di cui tanto si parla, nel bene o nel male. Le questioni in agenda riguardano prioritariamente i temi ambientali, sociali ed economici discussi diffusamente in tutti i forum e convegni. Meno si parla di altre dimensioni del vivere umano: c'è più ritrosia, più timore e poca accortezza intellettuale quando si scoprono che sono in gioco anche le concezioni, le antropologie, gli stili di vita che hanno strutturato la nostra esistenza nel secolo scorso. 

Da ragazzi assistemmo alla ricostruzione di una Europa distrutta, i nostri genitori condividevano i medesimi obiettivi, affannosamente impegnati a costruire futuro per noi. La vita quotidiana era intessuta da tanta speranza praticata e da una stagione culturale feconda che assisteva al Concilio Vaticano II, al miracolo economico, alla presidenza Kennedy, alle battaglie per i diritti e l'uguaglianza portate avanti da Martin Luter King e Nelson Mandela. E poi, dopo il fascismo, c'era da costruire democrazia nonostante la contrapposizione ideologica piuttosto accesa. E oggi, con preoccupazione, pensando a noi, ai nostri figli e nipoti, a generazioni che non hanno conosciuto la guerra e viaggiano per un'Europa senza barriere e senza mostrare passaporti, vediamo tutto con preoccupazione.  

La società europea ci appare confusa e invecchiata, ricca e blindata, impaurita e tentata dal tirarsi fuori dalle dinamiche della storia che vedranno inevitabilmente protagoniste le grandi migrazioni e una conversione dei nostri stili di vita. Come riuscire ad incarnare i valori di solidarietà, ascolto e fratellanza, di un umanesimo aperto e fecondo, di una accoglienza responsabile e di un ritrovato rispetto per gli altri e per la natura? Come   riassegnare alla economia lo spazio che le è proprio e "farne di nuovo un ordine tecnico non una finalità"? Una economia del vivente impegnata a nutrire, conservare e curare la vita, rinunciando al presentismo (i profitti facili e a breve termini), alla smodatezza (un consumismo compulsivo e predatorio) e alla precarietà generalizzata (i nostri giovani, i bassi salari, il lavoro nero ).

Gaël Giraud economista francese, alla Settimana sociale dei cattolici italiani, avverte che questo è il tempo di una conversione integrale che metta in soffitta l'antropologia rappresentata dall'immagine leornadesca dell'uomo di Vitruvio, un maschio adulto completamente solo: non c'e la donna, non ci sono bambini né anziani, non c'è la natura ma solo il potere della scienza e della tecnologia. 

Davvero siamo a chiamati a riconquistare quella   antropologia relazionale a noi cara: senza amore, tenerezza e amicizia la vita non vale niente, non sono i mercati finanziari a darci la felicità bensì la premura a curare e a riparare tutto il vivente. Liberiamoci del mito dell'autosufficienza, da un individualismo gretto e inutile, e facciamo più associazione, stando insieme, per indagare l'avvenire che viene a noi e di cui non siamo proprietari. Una attesa fiduciosa, una lieta promessa.

 

(Crediti fotografici: iStock.com/Drazen Zigic)

 

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