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Instabilità

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) L'instabilità da sempre caratterizza il  passaggio dalla vita adolescenziale a quella adulta: un po’ l’abbiamo vissuta e forse l’abbiamo ancora presente nei nostri ricordi. Un momento della vita fatta di gioie, a volte anche dolori e delusioni, comunque piena di sogni e speranze. Poi giunge la vita adulta, inizia la fase di consolidamento e si prova a costruire passo dopo passo un progetto di vita.  Per decenni,  ai nostri figli e ai giovani che ci sono stati affidati,   abbiamo  insegnato  che bastava impegnarsi, formarsi, imparare  l’inglese, essere flessibili e accettare stage  a go-go  nella convinzione che il futuro sarebbe stato più ricco di opportunità. Per molti non è proprio andata così, il traguardo   si è  allontanato e  l’instabilità è sembrata costituire  la  condizione permanente  della  propria esistenza.

Vorrei soffermarmi su due forme di instabilità che oggi comandano la vita di tanti giovani. Non è la prima volta che ne parliamo, su questi temi ANLA da anni ha dedicato convegni e seminari di approfondimento.

La prima forma di  instabilità è il lavoro:  un lavoro che si vorrebbe stabile, un lavoro vero  senza il quale non si    mette  su famiglia, non si accede a un mutuo e non  si può lasciare la casa dei genitori con affitti che  divorano la quasi totalità dello stipendio. Una precarietà che rappresenta un paradosso in un mercato del lavoro  che non trova lavoratori in molti settori e che convive  al contempo  con  tassi   di inattività più  alti   in Europa. Sono i tanti e troppi scoraggiati che non rifiutato il lavoro:  al contrario hanno accettato di tutto pur di  lavorare e  dopo  anni di precarietà infinita hanno smesso di credere che esista una alternativa.

Alla precarietà del lavoro si somma quella dell’abitare, diventato uno degli ostacoli principali  all’ingresso nella vita adulta. La casa rappresenta ancora oggi, anche tra i giovani,   il luogo dove  si sperimenta l’indipendenza  e si sviluppano relazioni stabili. Stretta da affitti sempre più elevati e da una carenza cronica di alloggi accessibili, l’abitare in autonomia  per  i giovani è diventata una chimera. Non  ci si può stupire se lasciano più tardi la famiglia di origine, spostando in avanti relazioni familiari e genitorialità.  

Queste dimensioni  di precarietà (non sono le uniche)  segnano  il nostro  tempo con conseguenze profonde sul vivere sociale:  l’orizzonte temporale si riduce in un presente continuo, si abbassa il livello delle aspettative e si indebolisce il  senso di appartenenza.

Come uscirne?

Innanzitutto, assumendo   la precarietà lavorativa nella sua multidimensionalità: non è   solo una questione salariale, il lavoro non è uno strumento solo per produrre reddito. La sfida è ben più corposa e coinvolge lavoratori e imprese, rappresentanze datoriali  e sindacali, le istituzioni.  Il lavoro è  riconoscimento sociale, occasione di partecipazione, costruzione della identità,  spazio di democrazia economica, di  condivisione e  partecipazione. La legge sulla partecipazione e l’accordo ANLA-Confindustria colgono questa sfida epocale al sistema produttivo del nostro paese,    per pensare a comunità di lavoro inclusive e solidali, e quindi capaci di reggere la competizione nei mercati globali.

Vale allo stesso modo per l’abitare: la casa non è soltanto un tetto, offre la possibilità di costruire un progetto di vita nelle relazioni. Alcuni provvedimenti governativi vanno in questa direzione ma pensiamo si debbano fare  altri passi in avanti dopo decenni di mancanza  di politiche per la  casa solide e durature.   

Se Bauman aveva visto lontano descrivendo la postmodernità come una società liquida e “slegata”, forse più coraggiosamente dobbiamo tornare a desiderare una società solida, con   infrastrutture  sociali  che diano stabilità  sui fondamentali del vivere in comunità, senza le quali il senso di futuro si incrina e perde consistenza.

Un  eterno presente sommerso da emergenze o presunte tali, nel quale più  che vivere si rischia di  sopravvivere. Non possiamo consentircelo.



 


 

crediti fotografici:

iStock.com/mbolina

iStock.com/ SasinParaksa

 

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