(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Soltanto una decina di giorni fa le istituzioni nazionali, i sindaci e i responsabili delle comunità locali avevano augurato un buon inizio scolastico a tutti i bambini e le bambine, ai ragazzi e alle ragazze. Da ultimo l’intervento del Presidente Mattarella di lunedì scorso ad Amatrice, nel segno della speranza e nel credere che a scuola ancora si cresce e si diventa adulti. Uno spazio libero, protetto da una relazione matura e strutturata con adulti che hanno scelto una delle più belle professioni al mondo: quella di educare, a “tirar fuori” i talenti, le attitudini e le speranze che ogni bambino possiede. In un contesto valoriale che mette al centro la dignità e il rispetto di ogni persona, la partecipazione alla vita della comunità, la libertà nella responsabilità, la gestione dei conflitti per costruire la pace ogni giorno.

Poi una settimana dopoci ritroviamo a commentare il triste episodio, non il primo, che vede il ferimento di una professoressa in un istituto di Roma, colpita davanti agli altri studenti da un ragazzo di 13 anni. Un ragazzo che si era preparato con dovizia, prima a casa e poi nel bagno dell'istituto: un elmetto, occhiali, guanti da softair e due coltelli acquistati su Internet con la carta di credito della madre. Una dinamica precisa che imita le decine e decine di video violenti pubblicati sulle True Crime community.
Gli auguri, i messaggi sono tutti da archiviare? Una illusione? Un colpo di sole?
No! È il momento invece di confermare il valore profondo dell'andare a scuola. Nella scuola i ragazzi e le ragazze sono riconosciuti, sono un volto, sono chiamati per nome, sono le parole che si usano e che si ascoltano. E se vuoi viverci devi giocartela con quelli che ti sono vicini al banco, in classe, nei corridoi, nel cortile. Non hai scappatoie, perché la scuola non è un voto o una pagella: è uno spazio di condivisione nel quale si ritrovano persone e generazioni diverse. Ed è l’unico strumento pubblico che abbiamo a disposizione per contrastare le grandi agenzie educative contemporanee, le piattaforme web e i social media, che rispondono solo ad interessi economici e commerciali. Una convivenza ai ragazzi in realtà la propongono: la disponibilità di centinaia di contatti, di messaggi continui e una presenza digitale permanente, per scoprirsi terribilmente soli.

La scuola al contrario è ancora uno spazio che vive nella dimensione analogica, nella realtà materiale, nella relazione concreta. Un luogo di vita che educa all’ impegno, alla creatività e alla consapevolezza di sé e a vivere un tempo più lento. A fare comunità con adulti che ascoltano in una società che non ascolta più, che non ha tempo e non tollera l'ascolto a volte sgradito e sconveniente di un adolescente.
Sì, recuperiamo la dimensione analogica e quella materiale delle relazioni vere nella scuola e fuori dalla scuola. Negli spazi dell’educazione non formale, senza cadere nella trappola della competizione per la competizione che contagia silenziosamente la vita di bambini e bambine che non vogliono essere costretti ad esibirsi, a dover cercare sempre di vincere e non essere continuamente valutati.
Facciamo fare esperienze perché le relazioni si sperimentano, non si predicano né si insegnano. Nella esperienza si sperimenta la bellezza di esserci per qualcuno, del tempo donato che non chiede in cambio alcunché e riempie il vuoto della connessione permanente offrendo uno spazio di libertà e responsabilità.
Crediti fotografici:
iStock.com/ Wavebreakmedia
iStock.com/ Drazen Zigic
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