(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Care amiche e amici di ANLA queste prime giornate di settembre ci pongono di fronte la ripresa delle attività dopo la seconda estate segnata dalla pandemia. Con un'arma in più dataci dalla scienza, il vaccino, e con la speranza che presto potremo metterci alle spalle questo nemico - attenzione, non è ancora tempo di abbassare la guardia! - affrontiamo, in questa mia riflessione che con voi desidero condividere, il tema a noi caro del lavoro.
Gli ultimi dati di Istat ci fanno ben sperare. Riprendo alcuni dati che ci aiutano a capire la complessità del mercato del lavoro e di quanto sia necessario conoscerlo per evitare illusioni e approcci ideologici che non portano da nessuna parte.
Sono 2,5 milioni i giovani scoraggiati che non cercano lavoro e non studiano, nonostante siano disponibili 1,2 milioni di posti certificati dal rapporto UnioncamereExcelsior. I nuovi posti sono concentrati in alcuni settori, nella ristorazione, nell' edilizia (in pieno boom), nella logistica nelle varie versioni dell'e-commerce, nelle professioni legate all'innovazione digitale e alla gestione dei cosiddetti big data, raccolte digitali di notevole ampiezza di ogni tipo di dati.

I tecnici parlano di mismatch - mancata corrispondenza - tra domanda e offerta: lo troviamo sia nelle basse qualifiche che in quelle alte dove contano titoli e competenze, lo troviamo nelle famiglie che spingono i propri figli verso professioni che non hanno futuro e spesso nemmeno un presente cosicché il 25% dei lavoratori svolge una attività lavorativa inferiore al proprio titolo di studio. Scontiamo la media più bassa di laureati rispetto alla UE: abbiamo la metà di laureati in ingegneria, in economia e un quinto in informatica ma il doppio in scienze umanistiche e sociali e una discrepanza salariale non da poco: una media di 19 euro lordi contro i 25 in Europa che induce molti giovani italiani ad emigrare all'estero. Ho citato il grande bisogno di laureati in materie scientifiche ma non dobbiamo dimenticare la nostra specificità, tutta italiana: la storia ha regalato al nostro Paese arte, cultura, vestigia del passato, ha consentito lo svilupparsi di tradizioni sociali e enogastronomiche in un contesto paesaggistico da tutti invidiato: ci sarebbe molto spazio per laureati in materie umanistiche, dobbiamo avere maggiore consapevolezza che cultura e turismo possono creare lavoro. Non ultimo il mismatch è anche a livello territoriale: offerta ampia di lavoratori nel sud ma molti posti di lavoro disponibili al nord.
Esaminando il mercato del lavoro, ciò che subito colpisce è l'eccessiva precarietà: i contratti a tempo determinato negli ultimi dieci anni sono aumentati di oltre 880 mila unità ( 36%), l'incidenza del lavoro a termine sul totale degli occupati è aumentata dal 13,2% nel 2008 al 16,9% del 2019, il 36,8% è tra gli under 35 anni, sono soprattutto donne e giovani, i primi a perdere il lavoro durante la pandemia.
I segnali di ripresa ahimè vanno nella medesima direzione: nel primo trimestre 2021 i contratti a termine sono aumentati di 188mila unità mentre quelli stabili sono calati di 70mila. Ci troviamo di fronte ad una flessibilità spuria che nuoce alla accumulazione del capitale umano, l'illusione da parte delle aziende di guadagnare competitività tenendo bassi i salari e non investendo è un cortocircuito che non porta da nessuna parte, un'illusione di breve periodo che conferma come sia pure insufficiente la qualità della gestione imprenditoriale delle aziende italiane. Nel 2018 il 23,7% delle aziende era gestito da un laureato, 53,8 da un diplomato, 22,4 da persone con licenzia media o elementare; un basso livello di istruzione che si accompagna ad una età media di 54 anni.
Quali sono le possibili soluzioni? Le risorse che l'Europa ha messo a disposizione sono ingenti, è l'occasione per riforme strutturali e coraggiose. L'agenda è nota e se la si vuole realizzare occorre un patto per il lavoro che coinvolga istituzioni, imprenditori e lavoratori. Mi limito ad elencare alcuni campi di azione: centri per l'impiego, politiche attive degne di questo nome e riforma dell'Anpal ammortizzatori sociali universali e formazione continua; potenziamento degli its e della formazione tecnica a livello universitari; ingressi gestiti di lavoratori stranieri indispensabili in alcuni settori; ripulitura dei troppi bonus a pioggia dati alle aziende e sostegno a quelle socialmente responsabili che investono in innovazione verde e sostenibile.
(Crediti fotografici: iStock.com/ anyaberkut)
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