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Il futuro dell'Europa

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Mai come in queste settimane si è parlato di Europa e del suo futuro, soprattutto dopo la riunione informale del Consiglio europeo dei Capi di governo tenuta l'11 febbraio a Alden Blesen, in Belgio.

"Delle cose importanti in cui bisogna riuscire oggi, ciascuno di voi da solo non ne farà una": è un passaggio della relazione di Mario Draghi, invitato all'incontro, che scolpisce in poche parole l'urgenza di una politica europea più incisiva.  Siamo di fronte ad un sistema internazionale trasformato nel quale si sta affermando una logica politica di potenza economica e militare che pone l'Unione in una posizione di estrema debolezza e a rischio di marginalizzazione, nei confronti della Cina che ha il monopolio sulle terre rare, degli Stati Uniti con i dazi e le tecnologie digitali, e della Russia con il gas e il petrolio. 

Le analisi e le possibili linee di convergenza per uscire dall'angolo sono abbastanza definite. L'Europa ha bisogno di crescere e innovare, e di strategie di lungo termine. Mario Draghi (con Enrico Letta) le ha nuovamente tratteggiate:  nuovi servizi finanziari e il completamento del mercato dei capitali per facilitare gli investimenti, la connettività per completare il mercato unico delle telecomunicazioni, la dotazione di propri modelli di intelligenza artificiale e di data center, di propri satelliti e di una difesa comune. E ancora, la riforma delle quote europee sulle emissioni che incidono pesantemente sui costi energetici e una politica per l'energia tesa a garantire accessibilità e sicurezza; la creazione giuridica  di "società europea" per operare sul mercato unico con le stesse regole; libertà di circolazione, di conoscenza e innovazione; la possibilità di procedere a riforme economiche  con iniziative condivise anche da solo  una parte degli Stati membri senza che altri possano bloccarle usando il diritto di veto.

Tuttavia, se sono condivisi gli obiettivi e le urgenze da perseguire,  non lo sono gli strumenti e i mezzi per realizzarli.

È indubbio che negli anni l'Unione è apparsa oberata  da un carico burocratico eccessivo, frammentata e quasi paralizzata nelle decisioni sugli asset più importanti della vita economica e sociale della comunità. Una paralisi accentuata dagli stravolgimenti globali, dalle crisi umanitarie rese sempre più devastanti dal ritorno della guerra e dalla fine dell'ordine internazionale liberale. Un coacervo di problemi irrisolti che andrebbero affrontati con il realismo visionario dei fondatori dell'Europa comunitaria: "l'Europa non si potrà fare in una sola volta, né sarà costruita tutti insieme: essa sorgerà da realizzazioni concrete che creano anzitutto una solidarietà di fatto" (Robert Schuman). 

Dunque, non un semplice maquillage, l'ennesima lista delle buone intenzioni: vanno superati schemi antichi, occorre ideare un nuovo policentrismo e andare oltre la diatriba svilente sulla forza più o meno accentuata delle autorità nazionali rispetto a quelle europee. Ma soprattutto, occorre una integrazione che risponda alle esigenze dei cittadini europei per non ridurre tutto, come accade di frequente nel dibattito europeo, ad una questione di mercato economico e finanziario. 

Diamo più forza alle organizzazioni della società civile per consolidare il pilastro sociale delle politiche comunitarie, per creare connessioni tra centri culturali e università e ridare significato al nostro essere cittadini europei.

Accanto ad una società civile europea occorre altresì una maggiore integrazione politico istituzionale: se l'ipotesi federale oggi sembra impraticabile, allora si proceda ad una architettura confederale così da collocare le identità nazionali e le relative autonomie dentro un quadro comune di politiche sociali e di welfare, di politica industriale coordinata, di politiche estera e difesa comune, per affrontare insieme le grandi transizioni in atto e diventare un player globale nel confronto con le altre potenze nel nome della democrazia e della libertà, dello stato di diritto, del rispetto dei diritti umani e della tutela della vita. Come scrivono nell'appello "Cristiani per l'Europa, la forza della Speranza" i Presidenti delle Conferenze episcopali di Italia, Francia, Germania e Polonia: "In un mondo lacerato da guerre e polarizzazioni con cittadini angosciati e un ordine internazionale minacciati, l'Europa è chiamata a riscoprire la propria anima per offrire un contributo reale al bene comune".

 

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