(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Nel dicembre 1985 le Nazioni Unite instituirono la giornata internazionale del volontariato, il 5 dicembre di ogni anno è festeggiata nel mondo. Non ripropongo dati noti a tutti noi: il numero dei volontari, la distribuzione nelle regioni o per fasce di età, i settori di impegno. La fotografia è ben definita grazie al monitoraggio di Istat. Vorrei piuttosto proporvi una breve riflessione sul tempo che stiamo vivendo e sul dono che i volontari offriranno, se vorranno, al post pandemia, al futuro già presente tra noi.
Come viene definito il volontario? Già Luciano Tavazza nel secolo scorso ne diede una bella definizione, ripresa successivamente nella Carta dei valori: "Volontario è la persona che, adempiuti i doveri di ogni cittadino, mette a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per gli altri, per la comunità di appartenenza o per l'umanità intera. Egli opera in modo libero e gratuito promuovendo risposte creative ed efficaci ai bisogni dei destinatari della propria azione o contribuendo alla realizzazione dei beni comuni".

Il futuro del terzo settore è affidato ai volontari, a quel deposito straordinario di valori, esperienze, sentimenti, idee che vi albergano e che rammentano a tutto il terzo settore ( spesso travolto anch'esso da un linguaggio tecnico scientifico incomprensibile e astruso ai più) la sua missione, la sua vocazione primaria. I volontari sono esperti di umanità, tessitori di relazioni di fraternità: è il più che dà il volontariato, e in generale il non profit, giustapposto alle altre dimensioni del vivere sociale strutturate primariamente sullo "scambio degli equivalenti". Lo abbiamo riscoperto in questo anno terribile. Una società come vive se incardina le relazioni unicamente sulla ricerca dell'interesse individuale e sulla competizione? Come può vivere senza fiducia e reciprocità, su quella fitta trama generativa di relazioni basate sul dare-ricevere-ricambiare? Come può immaginarsi più inclusiva, saggia, resiliente se non potenzia il patrimonio di beni comuni disponibili a contrastare le disuguaglianze e promuovere la dignità di tutti ?
Sì, I volontari sono "appassionati della vita" tanto da metterla a rischio, coltivano una speranza non declamata e retorica. La loro è una speranza che si nutre dell' incertezza, compresa nei volti fragili che incontrano, si pongono di fronte al futuro-presente già nelle opere che intraprendono, sono resilienti, attrezzati all'imprevisto. Coltivano dono e gratuità non per un altruismo dovuto oggi tanto "sciccoso": hanno scoperto da tempo che dono e gratuità sono la chiave di una vita più felice, per sé e per coloro che incontrano sulla strada.
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