(Antonello Sacchi) “Il ritorno dello tsunami”. Tra figli che spingono e genitori anziani che non mollano… il sottotitolo esprime con mirabile sintesi la condizione della “Generazione X”, i nati fra il 1965 e il 1980. Ovviamente, le generalizzazioni sono sempre da considerare come tali, tuttavia la gran parte delle persone nate in questo arco temporale si trova ad affrontare un duplice “tsunami”: essere genitori di figli adolescenti e figli di genitori in età avanzata. È il tema che gli autori Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta e ricercatore presso il dipartimento di Scienze biomediche per la salute dell’Università degli studi di Milano, e Barbara Tamborini, psicopedagogista e scrittrice, sviluppano nel testo. Un tema vissuto: sono coppia anche nella vita ed hanno quattro figli.
Non è solo un’analisi, è una “guida” per chi sta nel mezzo, una sorta di manuale di sopravvivenza. È la situazione della “generazione sandwich”, schiacciata fra questi due estremi. Lo “tsunami” è nella dinamica della vita, è la preadolescenza dei figli ed anche l’invecchiamento dei genitori. Il problema è che oggi questo fatto accade per lo più contemporaneamente e in mezzo, “compressi”, ci sono donne e uomini di questa generazione, aggiungendo alla fatica di molte donne, “Le schiacciate” raccontate da Laura Turuani nell’omonimo testo, strette fra figli adolescenti e genitori anziani anche gli uomini, ormai del tutto coinvolti nella vita familiare: “Questo libro parla del rapporto tra le generazioni, e in modo particolare di quanto sia complesso stare nel mezzo, ovvero essere l’adulto che deve vigilare sulle regole del gioco così che i giocatori, in questo caso i figli preadolescenti da una parte e i genitori anziani dall’altra, possano vivere al meglio le loro età” scrivono gli autori. Da questo già si intuisce la chiave di volta, la soluzione del problema, cioè lo stare nella relazione, stare con e accanto ai figli e ai genitori anziani. È l’unica scelta vincente.

Ma, c’è sempre un ma. Parlare di termini astratti è facile, portarli nel concreto è ciò che veramente dà senso al nostro dire. Scrivono gli autori: “Per quanto possiamo impegnarci a “funzionare bene”, stare in relazione con qualcuno in modo duraturo, specie nelle fasi della vita più sfidanti, implica la capacità di tollerare la fatica, sopportare, attendere, fare sacrifici”. La lettura di questo testo suscita interrogativi ulteriori sul senso della nostra vita, sulla qualità del dialogo fra le generazioni e sulla quotidianità che abbiamo “costruito” o “subito”. Interrogativi non retorici e senza risposta preconfezionata, perché ritengo che solo una risposta personale, cioè costruita dalla singola persona, sia veramente utile. Qual è oggi il concetto di famiglia? Penso che su ciò si debba riflettere perché sento sempre più spesso parlare di “famiglia unipersonale”. La riflessione è necessaria perché preliminare alla seguente domanda: dove finisce il “cerchio” della mia famiglia? È discriminante, perché individuando il perimetro, individuo anche fino a dove voglio spingermi. Cosa cementa la “famiglia”? Il legame di sangue o il legame affettivo?
Il concetto di limite in fondo, qualifica l’ambiente dove vivo e esprime il senso che desidero dare alla mia vita. È un muro, voglio cioè stare dentro quel perimetro, o mi metto sul limite, anzi, usando una terminologia riflettuta da Heidegger e poi sviluppata da Merleau – Ponty, abito il limite? In fondo il primo atto di volontariato, il muoversi verso l’altro, dovrebbe iniziare da chi ci è più prossimo e spesso occorre avere il coraggio di guardare in casa propria.
Crediti fotografici: istockphoto/ fizkes
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