Lavorare. Oggi è ancora vitale, nel senso che molte famiglie vedono entrambi i genitori lavorare contemporaneamente per far fronte alle spese che, soprattutto nelle grandi città italiane, sono sempre più rilevanti: è di oggi, ed è solo un esempio, la notizia che a Roma i Centri Estivi per i bambini sono sempre più costosi, in media poco meno di 700 euro al mese per figlio. Ma non ci sono solo i figli a cui badare. È quanto mette in luce la ricerca “Lavoro di cura domestico – Generazione Sandwich”, di Nuova Collaborazione (Associazione nazionale datori di lavoro domestico) realizzata da Ipsos Doxa su un campione di 5.655 italiani tra i 25 e i 75 anni. Protagonista della ricerca è la cosiddetta “Generazione Sandwich”: uomini e donne nel pieno della vita lavorativa che assistono contemporaneamente figli minori, genitori anziani o altri familiari fragili, sostituendosi in parte ai servizi pubblici e sostenendo sulle proprie spalle il peso crescente della cura.

Lo studio evidenzia un’Italia profondamente cambiata rispetto al passato. L’invecchiamento della popolazione, il progressivo aumento della non autosufficienza, la riduzione delle reti familiari tradizionali e la crescente difficoltà di accesso ai servizi di assistenza stanno trasformando radicalmente il modo in cui le famiglie vivono la cura. Quello che emerge dall’indagine non è soltanto un problema assistenziale, ma una trasformazione strutturale del modello sociale italiano. La cura entra ormai direttamente nelle dinamiche economiche delle famiglie, nella gestione del lavoro e nella qualità della vita, incidendo anche sulla salute mentale e persino sulle scelte di diventare genitori. In questo scenario, il lavoro di cura, spesso invisibile, si sta progressivamente trasformando in una delle principali infrastrutture sociali del Paese. Spiega Alfredo Savia, Presidente di Nuova Collaborazione: “Il lavoro di cura non può più essere considerato una questione privata: è diventato un tema centrale per la sostenibilità economica e sociale del Paese. Oggi sempre più persone, nel pieno della propria vita lavorativa, si trovano a sostenere contemporaneamente la gestione di figli, genitori anziani e responsabilità professionali, spesso senza adeguati strumenti di supporto. Una condizione che incide sul lavoro, sul reddito, sull’equilibrio psicologico e sulla qualità della vita delle famiglie".
Secondo la ricerca Ipsos Doxa, oggi il 15% degli italiani appartiene alla Generazione Sandwich. Si tratta di uomini e donne che si trovano contemporaneamente a prendersi cura dei figli minori e di genitori anziani o familiari non autosufficienti. Una condizione che si concentra soprattutto nella fascia tra i 35 e i 54 anni – quindi nel pieno della vita professionale, produttiva ed economicamente più impegnativa – con un’età media di 45 anni. Questa fascia sociale è composta in larga parte da persone pienamente inserite nel tessuto produttivo del Paese: il 61% lavora a tempo pieno, il 67% vive in nuclei in cui entrambi i partner sono occupati e quasi un terzo possiede una laurea. La Generazione Sandwich rappresenta quindi una componente centrale della popolazione attiva italiana, ma allo stesso tempo una delle più esposte al rischio di sovraccarico organizzativo, economico ed emotivo.
Questa parte della società è diventata una sorta di welfare familiare sostitutivo: famiglie e caregiver si trovano infatti a compensare quotidianamente le carenze dei servizi territoriali e assistenziali attraverso un enorme lavoro invisibile di organizzazione, presenza e gestione. Non si tratta soltanto di assistere un genitore anziano o di accompagnare un figlio nelle attività quotidiane. La Generazione Sandwich vive una pressione continua fatta di incastri tra orari lavorativi, imprevisti sanitari, gestione dei figli, organizzazione economica e cura quotidiana. Per questo motivo, la ricerca individua nella Generazione Sandwich uno dei nuovi soggetti sociali centrali dell’Italia contemporanea: una fascia della popolazione che tiene in equilibrio il sistema familiare e produttivo del Paese senza però ricevere ancora un adeguato riconoscimento sociale e politico.

Uno dei dati più significativi emersi dall’indagine riguarda il rapporto tra famiglie e sistema di welfare. Per il 77% degli italiani il principale soggetto che oggi si occupa concretamente della cura di figli e familiari non autosufficienti è proprio la famiglia. Solo successivamente vengono indicati il mercato privato, lo Stato e i servizi pubblici. La ricerca restituisce quindi l’immagine di un welfare ancora fortemente basato sulle famiglie. Anche i dati sui caregiver confermano questa realtà. Nel 70% dei casi la cura viene condivisa con altri familiari, mentre appena il 7% riceve supporto dai servizi domiciliari pubblici. Ancora più marginale appare il contributo del volontariato e del terzo settore. Lo studio evidenzia inoltre come l’assistenza si sviluppi prevalentemente attraverso reti di prossimità: nel 73% dei casi la persona assistita dagli appartenenti alla generazione sandwich vive entro 30 minuti di distanza. Un dato che mostra come la prossimità sia diventata una condizione essenziale per riuscire a sostenere il carico della cura senza compromettere completamente lavoro e organizzazione quotidiana. Il risultato è un sistema in cui le famiglie vengono progressivamente chiamate a sostituirsi ai servizi pubblici, assorbendo costi economici, organizzativi e psicologici sempre più elevati.
Uno dei temi centrali emersi dalla ricerca riguarda il conflitto sempre più forte tra lavoro retribuito e responsabilità di cura. Per gran parte degli italiani la gestione della cura entra frequentemente in conflitto con il lavoro e con le normali attività quotidiane. Tra chi presta assistenza, nell’ultimo trimestre, gli impegni di cura hanno interferito con il lavoro nel 51% dei casi, quota che sale al 65% nella Generazione Sandwich. Nel Nord Est il 47% considera il conflitto tra cura e lavoro un problema “molto frequente”, segnale di una crescente tensione tra tempi produttivi e responsabilità familiari. La cura smette quindi di essere una dimensione separata dalla vita lavorativa e diventa una variabile che modifica concretamente disponibilità, continuità professionale, orari e opportunità di carriera. La ricerca fotografa così un equilibrio sempre più fragile tra lavoro e vita privata, destinato ad aggravarsi ulteriormente con l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della non autosufficienza.

Le conseguenze della cura sul lavoro sono ormai concrete e misurabili. Quattro persone su dieci dichiarano di aver modificato la propria attività lavorativa per esigenze di cura non retribuite. Riduzione dell’orario, part-time, rinuncia a opportunità professionali e in alcuni casi uscita dal mercato del lavoro rappresentano effetti sempre più diffusi del carico assistenziale. Nella Generazione Sandwich oltre una persona su due (56%) ha ridotto o sospeso il lavoro almeno occasionalmente. Il lavoro di cura diventa così una variabile che incide direttamente sulla partecipazione al mercato del lavoro, sulla produttività e sulla crescita economica del Paese. La ricerca mostra inoltre come il prezzo della cura venga pagato soprattutto nella fascia centrale della popolazione attiva, cioè proprio quella che dovrebbe rappresentare il motore economico e produttivo del sistema italiano.
L’indagine conferma inoltre una forte asimmetria di genere. Sono soprattutto le donne a sostenere il peso maggiore della cura e a subire le conseguenze organizzative e professionali del doppio carico assistenziale. Le donne dichiarano più frequentemente difficoltà nella gestione quotidiana, rinunce personali e riduzioni dell’attività lavorativa. Tra le donne appartenenti alla Generazione Sandwich il 68% afferma di trovarsi spesso o qualche volta in difficoltà nel rispondere ai bisogni di cura dei figli.
Fonte Comunicato stampa Nuova Collaborazione, associazione nazionale datori di lavoro domestico
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