(a cura di Antonello Sacchi)
Consideriamo anche da questo lato il fatto che c’è molta speranza che il morire sia un bene. In effetti, una di queste due cose è il morire: o è come un non essere nulla, e chi è morto non ha più alcuna sensazione di nulla; oppure, stando ad alcune cose che si tramandano, è un mutamento e una migrazione dell’anima da questo luogo che è quaggiù ad un altro luogo. Platone, 428 - 348 a.C., Apologia di Socrate, 40 C.

L’uomo, al contrario, Dio l’ha introdotto nel mondo quaggiù per contemplare lui e le sue opere, e non solo per contemplarle, ma anche per interpretarle… La natura si conclude per noi nella contemplazione, nella comprensione, in una vita in armonia con la natura. Badate dunque a non morire senza avere contemplato tutte queste realtà. Voi viaggiate pure fino a Olimpia per vedere l’opera di Fidia, e tutti quanti pensate che sia una disgrazia morire senza aver visto un simile spettacolo. E là, dove non è necessario viaggiare, poiché avete presso di voi e sotto gli occhi le opere d’arte, non avrete dunque il desiderio di contemplarle e di comprenderle? Non sentirete dunque chi siete, perché siete nati, qual è il significato dello spettacolo a cui siete stati ammessi? Epitteto, 50 - 130, Diatribe, I,6.
Abbiamo detto al principio della nostra discussione d'oggi che se avessimo accertato la tesi dell'infelicità come privazione, avremmo dichiarato felice chi non soggiace a privazione. Ed è stato quindi dimostrato che esser felici è necessariamente non soggiacere a privazione, cioè esser sapiente. Ma forse voi chiedete che cosa sia la saggezza, poiché il pensiero umano, per quanto gli è possibile in questa vita, ha già tentato di analizzare e chiarire anche il suo significato. Non è altro che la misura dello spirito con cui esso raggiunge l'equilibrio in maniera da non effondersi nel troppo né restringersi al di sotto del limite della pienezza. Si effonde nella lussuria, nella volontà di dominio, nell'orgoglio e simili con cui lo spirito d'individui incapaci di moderazione e infelici crede d'accaparrarsi gioie e potenza. Si restringe nell'avarizia, nella pusillanimità, nella tristezza, nella cupidigia ed altri mali di varia specie, a causa dei quali anche gli infelici ammettono che gli uomini sono infelici. Quando invece lo spirito, raggiunta la saggezza, la fa oggetto della sua meditazione, e quando, per usare le parole di questo ragazzo, si tiene ad essa e non lasciandosi distogliere dalla vanità non si volge al culto dei falsi idoli, al cui peso abbracciato potrebbe cadere dal suo Dio e inabissarsi, allora non teme la mancanza di moderazione e quindi la privazione e l'infelicità. Pertanto chi è felice ha la misura di se stesso, la saggezza. Sant'Agostino, 354 - 430, La felicità, 4,33
(Crediti fotografici: iStock.com/Chinnapong)
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