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Ex libris - 27 gennaio 2026

(a cura di Antonello Sacchi)

Dei caratteri psicologici della civiltà, due sembrano i più importanti: il rafforzamento dell'intelletto, che comincia a dominare la vita pulsionale, e l'interiorizzazione dell'aggressività, con tutti i vantaggi e i pericoli che ne conseguono. Orbene, poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l'atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo civile, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa: semplicemente non la sopportiamo più; non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo, per noi pacifisti si tratta di un'intolleranza costituzionale, per così dire della massima idiosincrasia. 

Sigmund Freud, 6 maggio 1856 - 23 settembre 1939, Perché la guerra

- È tuo padre quello lì? - mi domandò il responsabile del blocco. - Sì. - È molto malato. - Il dottore non gli vuol far nulla. Mi guardò negli occhi: - Il dottore non gli può far nulla. E neanche tu. Appoggiò la sua grande mano pelosa sulla mia spalla e aggiunse: - Ascoltami bene, piccolo; non dimenticare che sei in un campo di concentramento. Qui ognuno deve lottare per se stesso e non pensare agli altri. Neanche al proprio padre. Qui non c'è padre che tenga, né fratello, né amico. Ognuno vive e muore per sé, solo. 

Elie Wiesel, 30 settembre 1928 - 2 luglio 2016, La notte, romanzo autobiografico dove racconta la sua vita nei campi di concentramento di Auschwitz, Buna e Buchenwald.

 

"Lei, che cosa avrebbe fatto al mio posto?" Una di quelle domande pesanti in cui viene richiesta la complicità dell'interlocutore. Un quesito breve che supplica comprensione, fa balenare la fragilità e la debolezza umana, non solo di chi parla, ma soprattutto di chi ascolta. "Avevo paura, sono scappato... Lei che cosa avrebbe fatto al mio posto?" "Nessuno mi vedeva, l'ho fatto... Lei che cosa avrebbe fatto al mio posto?" Ma il vecchio signore che me la poneva, non cercava comprensione o scusanti. Al contrario, stava cercando di dirmi che tutti, nella maniera più naturale, avrebbero dovuto comportarsi come si era comportato lui. 

Enrico Deaglio, La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca, Universale Economica Feltrinelli, Kindle edition, pag. 20

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