(Antonello Sacchi) Torno sul concetto di economia civile per ulteriori approfondimenti approfittando dell’intervento di Stefano Zamagni, che insegna la materia all’Università di Bologna e che ANLA ha ascoltato come relatore durante la prima Summer School di Riccione.

Farò riferimento al capitolo “Economia civile e economia politica: due paradigmi a confronto”, redatta dallo stesso Zamagni, seconda parte del testo “Introduzione all’economia civile: tra il già-fatto e il non -ancora” scritto a quattro mani da Zamagni e Luigino Bruni. È il confronto fra l’homo reciprocans, che Becchetti chiamava integralis, e l’homo oeconomicus. Due paradigmi a confronto, quindi due orientamenti e non due dottrine, il paradigma dell’economia politica che ha in Adam Smith il suo faro e il paradigma dell’economia civile, che si rifà alle idee di Antonio Genovesi.
Il prof. Zamagni evidenzia quattro differenze. La prima riguarda l’assunto antropologico. Se l’homo oeconomicus è “soggetto cioè totalmente autointeressato e pienamente razionale”, questa visione è rigettata dall’economia civile che pone al centro la persona come ente relazionale, una relazione che lega individualità e socialità. L’homo oeconomicus può anche essere un filantropo, ma proprio per il suo egoismo è capace di fare donazioni, che sono oggetti di varia natura, ma non doni, cioè strutture relazionali fra persone. Scrive Zamagni che “l’homo oeconomicus mentre è capace di fare – se vuole – donazioni, neppure capisce l’essenza del dono come gratuità, dato che non riesce proprio a comprendere cosa voglia dire prendersi cura dell’altro”. Una seconda distinzione fra economia politica ed economia civile riguarda il rifiuto della tesi propugnata dalla prima che vuole etica e economia sfere distinte. Ricordate la famosa distinzione? Etica come regno dei valori, politica come regno dei fini, economia come regno dei mezzi. Scrive Zamagni: “L’economista civile non accetta la tesi della “grande separazione”, perché sa che nell’agire umano, giudizio di valore e giudizio tecnico sono inestricabilmente correlati”. I due paradigmi sostengono anche un differente ordine sociale, e siamo alla terza distinzione: l’economista politico individua in Stato e Mercato i due pilastri necessari ad assicurare progresso della società, l’economista civile introduce anche un terzo pilastro, la Comunità, formata dai Corpi intermedi della società. Sottolinea Zamagni: “Per l’economista civile, infatti, il fine da perseguire è chiedere al mercato non solo di essere in grado di produrre ricchezza, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale, di uno sviluppo che tenga in armonia le sue tre dimensioni: quella materiale della crescita, quella sociorelazionale, quella spirituale”. Una quarta differenza riguarda il fine dell’attività economica, inteso in maniera differente dai due paradigmi. L’economia politica parla di massimizzazione del bene totale, data dalla somma dei beni individuali; l’economia civile invece parla di massimizzazione del bene comune, data dal prodotto dei beni individuali. La differenza è immediata: in una somma, un addendo nullo, cioè l’annullamento di un individuo, non annulla il bene totale mentre in un prodotto, l’annullamento di un individuo produce l’annullamento del risultato. Scrive Zamagni: “Quella del bene comune è una logica che non ammette sostituibilità, cioè trade off: non si può sacrificare il bene di qualcuno – quale ne sia la situazione di vita o la configurazione sociale – per migliorare il bene di qualcun altro e ciò per la fondamentale ragione che quel qualcuno è pur sempre una persona umana”.

Approfondiremo. Nel frattempo, riporto una battuta del professor Zamagni nella Giornata di Studio al CNEL.
“Si è imposta – ha detto Stefano Zamagni – un’idea di mercato antitetica a quella dell’economia civile di Antonio Genovesi, che è l’erede della tradizione di pensiero francescana. Un’idea che vede la sfera del mercato coincidente con quella dell’egoismo e che vede gli esseri umani come individui troppo opportunisti per pensare di prendere in qualche considerazione il bene comune. Ecco allora il compito oggi prioritario di un nuovo pensiero orientato a porre al centro del discorso pubblico il principio di fraternità. È merito della cultura francescana – ha aggiunto Zamagni – quello di aver saputo declinare, in termini sia istituzionali sia economici, il principio di fraternità, che si è conservato nel corso del tempo e che l’enciclica Fratelli Tutti ha rinverdito in modo inusitato. Né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto è scambio, né la visione statocentrica della società, in cui tutto è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dalle secche in cui sono oggi bloccate le nostre società. È alla luce di ciò che possiamo ragionevolmente attenderci una ripresa e un rilancio della linea di pensiero francescano”.
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