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Crescere una figlia

(di Antonello Sacchi, direttore di Esperienza) Cosa vuol dire crescere una figlia nel secondo paese più vecchio al mondo? È una delle domande che la vita mi pone oggi dinanzi. Quale chiave di lettura della società posso proporle, ovviamente proporzionale alla sua età, per accompagnarla nella sua crescita? 

Il dato di fatto che ci ha regalato questo riconoscimento planetario, secondi solo al Giappone, ha anche dei risvolti quasi surreali. In un certo senso, si resta sempre giovani, perché mancando un adeguato ricambio generazionale, sei sempre fra i più giovani al lavoro, nel contesto sociale, nella vita di tutti i giorni. È come aver trovato l'elisir dell'eterna giovinezza, solo che il risultato è relativo, non assoluto, perché gli anni passano eccome, ve lo assicuro. Vi ho strappato un sorriso? Bene, ora ritorno al tema. 

Ho l'impressione di camminare, anzi no di correre, "senza rete" perché come genitori, siamo costretti ad un "buona la prima" obbligato in quanto nessuno ci ha preparati a gestire una situazione del tutto nuova ed in velocità, sempre fermi ad un semaforo rosso in attesa di ripartire sapendo che chi ti segue suonerà il clacson senza pietà al tuo minimo indugio. Se la storia è maestra di vita, ripenso al passato, alla mia infanzia e ricordo che alle elementari la mia scuola aveva otto sezioni per anno e ogni classe aveva non meno di 20 bambini con una sola maestra. Oggi siamo prossimi al paradosso di avere più maestri che bambini per classe... 

Con le decisioni che oggi come società prendiamo, decidiamo il futuro di mia figlia e dei suoi coetanei. Quale criterio adottare, sapendo che quanto di virtuoso sapremo progettare, darà i suoi frutti fra anni? Se partiamo dall'osservazione della realtà, non posso fare a meno di pensare al titolo del Corriere della Sera di qualche mese fa che descrive il nostro paese con un'immagine ad effetto: "culle vuote e cucce piene". Un'ulteriore riflessione: un paese anziano ha bisogno di energia e forze fresche ma trovo inaccettabile giustificare con questa motivazione l'ingresso di persone straniere in difficoltà. Inaccettabile perché sono donne e uomini in difficoltà e come tali vanno accolti, aiutati, resi capaci di prendere parte alla nostra società, nel rispetto reciproco, e tutto ciò non perché "servono" al nostro sistema: Immanuel Kant ci ha insegnato ad agire sempre trattando l'uomo come un fine e mai come un mezzo. 

Ho solo abbozzato il problema più generale, su cui prometto di tornare con maggiore accuratezza. 

Ho tuttavia una sensazione: che ogni generazione che ci ha preceduto, ha vissuto i suoi tempi come assolutamente inediti e ha saputo affrontare le sfide che ne derivavano. Guardiamo con fiducia al futuro del nostro paese. 

 

Crediti fotografici: iStock.com/ Everste

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