(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Domenica si è concluso a Roma il G20, un forum nato alla fine del secolo scorso per affrontare la crisi finanziaria asiatica e che, con il tempo, si è confermato tra gli appuntamenti più prestigiosi della global governance. È costituito dalle 20 principali economie che rappresentano quasi l' 80% del PIL mondiale, il 75% del commercio internazionale e circa i 2/3 della popolazione. Per farla breve parliamo di un summit che coinvolge paesi che detengono le chiavi di accesso più significative per gestire il futuro del pianeta. Ma non è oro tutto ciò che luccica, le decisioni del G20 possono sì avere un effetto positivo ma nulla va dato per scontato o già acquisito.

Lo scenario globale è cambiato profondamente, il modello di globalizzazione conosciuto alla fine del secolo scorso, e praticato in questi decenni, è in grande difficoltà. È stata vincente la globalizzazione dei mercati e della circolazione dei capitali, meno quella della solidarietà e di una politica che governi i cambiamenti. L'apertura dei mercati realizzata con la fine della guerra fredda aveva consentito di raggiungere risultati significativi (più di un miliardo di persone sono state liberate dalla povertà assoluta) e innescato una fiducia quasi fideistica nel progresso tecnologico e nella "esportazione" della democrazia in tutto il pianeta. Ma non è andato tutto bene, anzi. La drastica dislocazione delle attività produttive verso i paesi del sud ha penalizzato molte aree territoriali nei paesi cosiddetti sviluppati, ritrovatisi a gestire -chi più chi meno- la ribellione delle categorie impoverite e lasciate indietro. La tensione tra il bisogno senza precedenti di una azione globale, e la ricostruzione della propria comunità politica all'interno dei confini nazionali, è la sfida cruciale che tutti i governi si troveranno ad affrontare nei prossimi anni. Non sarà semplice. Se è cresciuta la consapevolezza che interdipendenza e multilateralismo sono le due parole chiave per ricostruire una globalizzazione più giusta, vincono ancora le vecchie logiche di potenza che spingono la politica in direzione opposta. Crescono le tensioni politiche tra le grandi potenze, in particolare tra Stati Uniti e Cina; non si attenuano le incomprensioni tra le democrazie delle due sponde dell'Atlantico chiamate ad investimenti massicci per promuovere una crescita sostenibile sul piano ambientale e sociale; non sono sopite le fibrillazioni dentro l'Unione Europea.
Senza una rete cooperativa e collaborativa sarà impossibile raggiungere gli obiettivi che si è posto il G20, come la vaccinazione del 40% della popolazione mondiale entro il 2021, l'uscita dal carbone entro il prossimo decennio per mantenere il riscaldamento in 1,5 gradi, o l'estensione oltre il 2021 del pagamento dei debiti dei paesi più poveri.
Dobbiamo ripensare una globalizzazione più giusta e solidale con istituzioni internazionali attrezzate ad affrontare le temibili sfide del ventunesimo secolo. È tutto nelle mani dei grandi? Noi siamo semplici spettatori? È l'ennesimo bla bla? Non è così, sarebbe una semplificazione troppo banale. I summit internazionali mettono comunque a confronto i leader delle nazioni, è questo è sempre utile. Ma accanto ai "potenti della terra" agiscono silenziosamente e con efficacia le reti mondiali della cittadinanza attiva che promuovono la cultura della cura e iniziative solidali per i più vulnerabili, stili di vita sani e prossimità come abbiamo ricordato nella Summer School di Firenze; accanto a loro buone amministrazioni e tante imprese che scelgono modelli di business attenti a non sprecare e a promuovere bene-essere tra i propri dipendenti. Ecco, noi di ANLA siamo qui, in questi crocevia che ci vedono protagonisti, con semplicità, e senza pretesa di apparire inutilmente.
(Crediti fotografici: iStock.com/ Bet_Noire)
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