(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) La casa non è un bene come un altro, è il primo e imprescindibile punto di partenza per un progetto di vita personale e familiare. La casa per chi ci vive è la propria storia, il deposito di memoria e di legami affettivi, di oggetti e di modi di vivere. Per gli anziani in particolare è un luogo elettivo di protezione, una familiarità che dà sicurezza pur nella fragilità: senza casa non c'è salute, non ci sono relazioni, non c'è il diritto pieno alla cittadinanza.
Purtroppo per molte persone essa rimane un miraggio: per chi ha un lavoro ma non riesce a far fronte agli affitti sempre più alti, per chi il lavoro lo ha perso e si ritrova ai margini della società, per coloro che la casa non l'hanno mai avuta.
Viviamo in un paradosso, siamo il paese con il più alto tasso di proprietà pro capite, due case per ogni 3 persone. Eppure ogni giorno sono 100 le famiglie che perdono la casa, 650 mila sono nelle graduatorie per l'assegnazione di alloggi sociali, dalle 40 mila alle 50 mila il numero di sentenze di sfratto, siamo il paese in Europa con la più bassa percentuale di alloggi in affitto, 100 mila le persone senza fissa dimora. Dietro questi numeri ci sono persone e famiglie, esistenze fragili che si sgretolano e che vivono nella più totale insicurezza esistenziale.

Alcuni fatti di cronaca e il Piano casa approntato dal Governo hanno innescato un dibattito sulle politiche per la casa che vogliamo seguire. Ed è un fatto positivo perché dopo il lungo ciclo iniziato nell'immediato dopoguerra con il Piano Fanfani chiuso nei primi anni '90, il problema della casa scompare dalla agenda pubblica con una drastica riduzione dei finanziamenti, della produzione di nuove abitazioni e delle attività di riqualificazione e di adeguamento del patrimonio esistente.
La mappa del Paese ci rimanda ad una Italia a due velocità: da una parte le città vetrina che si svuotano di residenti sommerse dall'accoglienza turistica e dagli studenti universitari, dall'altro le periferie e le province in cui si cerca rifugio, spesso senza servizi, senza trasporti adeguati, senza relazioni sociali durature e solide. Il fenomeno degli affitti brevi ha poi reso inaccessibile gli alloggi ai residenti, non solo ai più poveri ma in maniera crescente anche alla classe media. Peggiora la condizione abitativa, aumentano i senza tetto e la povertà abitativa (le bollette che non si riescono a pagare, le spese di condominio, la morosità incolpevole).
I ministeri competenti, le amministrazioni regionali, le tante agenzie dedicate uno schema di obiettivi l'hanno condiviso, ne proponiamo alcuni passi, convinti che la questione casa riguardi il futuro del paese, delle famiglie più fragili, spesso con bambini. Solo per questo meriterebbe una convergenza di bene comune tra tutte forze politiche.
In primis una pianificazione di lungo periodo per riqualificare immobili da mettere a disposizione come alloggi popolari, manutenendo e valorizzando il patrimonio di quelli pubblici; regolamentare i canoni: si sono create da parte dei proprietari delle aspettative di fuori scala rispetto a chi cerca un'abitazione; fungere da garanzia per i privati che affittano una casa a prezzi calmierati, e rivedere il welfare fiscale sulla casa: il 98% delle spese in politiche abitative è veicolato alle case di proprietà, nulla o assai poco per gli affitti; un fondo per aiutare chi è in difficoltà sostenendolo nel pagamento dell'affitto e delle bollette: quando la spesa per la locazione raggiunge il 60 %, per troppe famiglie tutto diventa insostenibile; vanno incentivati gli affitti a lungo termine e ridotti quelli brevi, e nuove forme abitative soprattutto per gli anziani autosufficienti, una grande opportunità per riqualificare e rigenerare in modo sostenibile gli spazi di una città più a misura di persone e comunità.
Sono titoli: alla politica e alle istituzioni il compito di tradurle in un progetto di lunga durata, ma che sappia già da ora rispondere alle emergenze.
(Crediti fotografici: iStock.com/Ridofranz)
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