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Benessere relazionale

(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA) Nelle settimane scorse è stata presentata la 36esima   edizione dell'indagine condotta dal Sole 24Ore sulla qualità della vita nelle  province italiane.  

90 gli indicatori statistici utilizzati: tra questi, il quoziente di natalità e gli indici che misurano inclusività e sostenibilità concepiti a partire dai bisogni della popolazione, delle famiglie, dei ragazzi e degli anziani. Si va dai percorsi sicuri per camminare o andare in bici,  a spazi verdi con ridotta esposizione al rumore e all' inquinamento, o alla presenza di spazi urbani inclusivi per contrastare la frammentazione sociale.

Su questo ultimo punto l'indagine dedica parecchio spazio. È noto e dimostrato da numerosi studi che la presenza di spazi cittadini generatori di benessere relazionale ha ricadute positive sulla salute,   sui risultati scolastici e sulla partecipazione civica nella comunità in cui si vive. Al contrario la solitudine, il virus sociale che si sta propagando tra noi, peggiora la salute, è causa di minor produttività in azienda, induce all'abbandono scolastico e aumenta quella criminalità predatoria che  sempre più prende piede nelle nostre città. 

L'indagine utilizza la dizione "terzi luoghi", spazi sociali aperti e informali, come li ha definiti il sociologo statunitense Ray Oldenburg, che si trovano tra la casa (il primo luogo) e il lavoro (secondo luogo) nei quali le persone possono incontrarsi, socializzare, creare comunità, incontri faccia a faccia e nuovi legami. Spazi sempre esistiti: l'agorà per i greci, i coffee houses della Londra del 700, i caffè del primo 900, le discoteche e i circoli degli anni '70, i centri sociali degli anni '90. Terzi luoghi capaci di generare dibattiti, cultura, politica e movimenti sociali. Questi spazi così come li hanno conosciuti le generazioni più anziane si stanno svuotando, sostituiti dalla sconfinata distesa del mondo on line a cui si è aggiunta una privatizzazione spinta, la gentrificazione dei centri cittadini, i ritmi forsennati di vita quotidiana e l'evaporazione di una identità culturale ricca e aperta alle contaminazioni. 

Ecco la sfida che l'indagine ci propone: trasformare   quelle infrastruttura sociali che hanno concluso  il loro ciclo storico in spazi orientati all'incontro piuttosto che al consumo, spazi aperti indipendenti e intergenerazionali, per nuove forme di cittadinanza, luoghi dove è possibile costruire fiducia e collaborazione. 

Penso sia un compito che il mondo del Terzo Settore dovrà assolvere nei prossimi anni: essere non solo un prestatore di servizi ingessato in una architettura del secolo scorso, ma spazio nel quale riscoprire la bellezza del conversare, della fiducia, della valore della pluralità e delle diversità, l'arte del dialogo e dell'ascolto. Anche per la nostra Associazione la sfida è aperta su più fronti: una rifondazione dei gruppi aziendali nella prospettiva di una economia civile che metta al centro il valore della persona, incontri (i caffè 2.0?) con testimoni significativi del nostro tempo, momenti culturali e ludici, il turismo sociale di qualità con tempi giuste e buone relazioni, centri sociali per anziani che diventino centri intergenerazionali aperti.

 

 

(Crediti fotografici: iStock.com/ Mariia Vitkovska)

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