(di Edoardo Patriarca, presidente nazionale ANLA), Salvatore Veca, mancato questa notte, aveva un particolare dono, quello della semplicità. Riusciva a renderti comprensibile anche il concetto più complicato e a trasmetterti una passione, soprattutto sui temi per lui particolarmente sensibili quali la politica, la giustizia, la rappresentatività democratica e i problemi di fondo della democrazia, che non ti lasciava indifferente. Ascoltato da tutti, anche da coloro che non ne condividevano le opinioni politiche, è stato davvero un maestro per le nostre generazioni perché aveva il dono, raro, di ascoltare e di farsi ascoltare.

Riportiamo un brano dell'intervista che Salvatore Veca concesse a Esperienza nel febbraio 2015, a poca distanza dai tragici fatti di Parigi quando venne compiuto un attentato terroristico contro la sede del giornale satirico Charlie Hebdo: "... La libertà di espressione, come la libertà di credo, la libertà di satira, visto che partiamo dal riferimento della tragedia di Parigi, sono tessere di un mosaico che si chiama democrazia, non ci sono dubbi su questo. La libertà di comunicare in pubblico è un principio connesso ad altri principi messi insieme che ci danno la consistenza di una democrazia rappresentativa, quindi noi non possiamo rinunciare a questo principio. La ragione per cui questo principio viene messo sotto pressione è che in realtà gli effetti dell'atto di libertà di espressione hanno generato o possono generare forme di risposta che ricorrono alla violenza fino alla distruzione di vite umane. Ecco la cultura dei limiti... Allora in primo luogo vorrei dire che la libertà di espressione, quindi anche la libertà di derisione, è qualcosa che sta nel DNA delle forme di vita democratica.
La cosa paradossale è che questa libertà deriva - ne è figlia - dalla libertà per eccellenza, che dà origine nel tempo alle forme di vita democratiche, la libertà di credenza religiosa, cioè il fatto che noi possiamo convivere pur avendo nozioni ed emozioni differenti come diceva il grande Alexis de Tocqueville "La libertà di credenza religiosa è la libertà di pregare con altri in luoghi di culto in pubblico".
Diventa quasi paradossale il fatto di questa commistione, il fatto che la libertà di espressione della persona in qualche modo deriva da quella libertà che è stata generata dalla soluzione delle guerre di religione europee, che conosciamo molto bene in Europa, per cui tu puoi essere calvinista, io luterano, uno cattolico, quell'altro evangelico anabattista e tuttavia possiamo tutti imparare a convivere nella diversità, cioè possiamo mutuamente rispettarci. Qui viene fuori il problema del rispetto. D'altra parte, l'altra tessera del mosaico è l'invenzione della difficile e elusiva virtù della tolleranza. Il fatto che io esprimo idee in pubblico differenti da quelle che tu esprimi in pubblico, se vogliamo convivere nella diversità, ci porta a dover imparare la difficile arte della tolleranza. Questa è l'origine... guerre di religione e trattati di pace, tolleranza e mutua compatibilità di idee, di credenze, di devozione differenti fra loro.... Questo è il problema: se poniamo dei limiti, chi li pone e dove ci fermiamo. Che uno si ponga dei limiti personalmente non fa alcun problema, ciascuno è libero di vincolare la propria libertà, ma chi è autorizzato ad essere il custode dei limiti? Ci sono dei casi in cui c'è la risorsa giuridica a cui affidarsi, casi che riguardano il vilipendio o la diffamazione, però questi sono vincoli di tipo giuridico che dipendono esattamente dal bene superiore della tutela della convivenza tra persone, e quindi della non lesione di altri loro diritti.
(Crediti fotografici: iStock.com/izkes)
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